Il piccolo abisso

Il piccolo abisso

C’è un posto in Irlanda dove un grande parcheggio colmo di auto e di pullman sembra ritagliato nei prati verdissimi. Da lontano, si vede un serpentone di turisti risalire un sentiero verso quello che sembra essere l’orizzonte. Tutti hanno lo zainetto in spalla e le giacche a vento spiccano in colori accesi sull’erba sferzata dal vento.

Risalgono, i turisti, per raggiungere la linea ideale dove il prato di colpo finisce e precipitano le «Cliffs of Moher», le scogliere più famose e drammatiche dell’isola. A oltre duecento metri di altezza sopra l’oceano Atlantico, che ruggisce là sotto, i turisti godono di una vista mirabile e selvaggia. Molti di avvicinano il più possibile al ciglio, anche se dappertutto ci sono cartelli che ammoniscono a non farlo. Proni, mettono la testa fuori e guardano sotto, giù nell’abisso mugghiante. Poi si rialzano; un sorriso e una foto-ricordo, davanti a quello scenario potentissimo, a suo modo molto romantico. In tutti, credo, oltre all’ammirazione per la scultura creata dall’acqua, c’è vivissima l’emozione di giocare con l’attrazione dell’abisso. Scommetto che ognuno di quei turisti, arrivato vicino al baratro pensa: basterebbe un passo ancora, un passo solo...

Questo mi è venuto alla mente rileggendo di Chernobyl, 30 anni fa, e del «revival», se così si può chiamare, che oggi conosce la «paura nucleare». Vivissima negli anni della Guerra Fredda, ispiratrice di film come «Il dottor Stranamore» e «Fail safe», la «paura» c’è ancora oggi e si identifica con l’attrazione per l’abisso: un gesto solo, un solo errore, un piccolo incidente e tutti saremmo annientati. La morbosa curiosità per una piccola azione che provoca enormi conseguenze. E intanto, nelle nostre vite, si accumulano piccole azioni che provocano piccole conseguenze. Abissi in miniatura nei quali precipitiamo senza neanche accorgercene, gli occhi fissi sul fantasma di una Grande Tragedia che forse, come l’invasione dei Tartari, non accadrà mai.


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