Il resto che conta

Il resto che conta

Da oggi, 2 febbraio 2016, calerà sui fumatori il peso di un nuovo decreto intimato dall’Unione europea. Una legge che renderà il vizio ancora più marginale e impraticabile. «Immagini choc» delle conseguenze del fumo sull’organismo compariranno sui pacchetti e sarà vietato fumare in auto alla presenza di minori e donne incinte.

Con tutto ciò, mi sembra di poter dire che la legge avanza, qui, in un territorio già sminato da una svolta culturale ormai consolidata. Da ex fumatore, mi volto indietro con il pensiero e, incredulo, scorgo in lontananza l’immagine sfocata di un tempo in cui il fumo era considerato un comportamento del tutto integrato, perfettamente compatibile con le relazioni sociali e la voce di chi era contrario, pur supportata da prove concrete, suonava flebile e trascurabile. Il suggerimento «smetti che ti fa male» aveva la stessa intensità drammatica di «mettiti il pullover che stasera fa freschino».

Oggi mi sembra quasi incredibile che si potesse fumare a piacimento praticamente ovunque, in ufficio come al bar o al ristorante, e avendo contribuito per anni alla nube tossica che stazionava nei locali, mi sento in colpa per la mia mancanza di lucidità. Ma il fumo, come tanti comportamenti compulsivi, non può essere analizzato solo alla luce della razionalità o delle consuetudini sociali. Per gli ostinati fumatori , dunque, proverò sempre una certa comprensione. Se mi è difficile accettare oggi l’immagine di un ristorante annebbiato dalle sigarette, non posso dimenticare la presa che il vizio del tabacco aveva sulla mia psiche: lo smarrimento che mi coglieva quando, in tasca, scoprivo l’assenza del parallelepipedo amico, il torpore nicotinico della sigaretta dopo il pasto, il tiepido incoraggiamento della prima boccata al mattino. Ho smesso quando mi sono accorto che queste consolazioni periferiche toglievano un’incredibile porzione di tempo a tutto il resto. E tutto il resto è ciò che conta, credetemi.


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