Resta a pranzo?

Resta a pranzo?

Per la prima volta quest’anno ho incontrato la signora Malinpeggio. Una circostanza, questa, da non prendersi alla leggera perché la signora, pur nella generale gentilezza della sua persona, non nasconde una sostanziale vena di sarcasmo.

Inoltre, il pessimismo a tutto tondo che caratterizza la sua filosofia di vita non sempre è di facile digestione. Con tutto ciò, l’incontro di cui dicevo non è avvenuto per caso: sono stato io a provocarlo. Di fatto ieri, nonostante il freddo, ho battuto il paese in lungo e in largo fino a quando sono riuscito a trovarla.

La ragione? Semplice: io non di rado esibisco una vena di nostalgia, ovvero mi piace fantasticare sui «bei tempi andati», inclinazione sulla quale la signora non si perita di ironizzare. Ebbene, ho appena scoperto che uno studio scientifico ha accertato che la nostalgia è in realtà tutt’altro che una sensazione a perdere - può essere invece molto utile - e non vedo l’ora di rinfacciarglielo.

«Signora! Mi dispiace per lei: è stato dimostrato che la nostalgia è buona cosa».

«Davvero?»

«Certo. Ci sono degli scienziati che hanno preso due topi di sesso diverso, li hanno tenuti insieme per un po’ in modo che formassero dei buoni ricordi l’uno dell’altra, poi li hanno divisi. Infine con un apparecchio...»

«Prenda fiato...»

«Sì, con una specie di elettroencefalogramma hanno misurato le sensazioni del cervello e quando uno era depresso stimolavano i ricordi e quello stava subito meglio».

«Quindi?»

«Quindi i ricordi sono utili a vivere».

«Già, ma se una persona si limita a ricordare, e non a vivere, come fa ad accumulare questi utili ricordi?»

«Ma... beh. Ecco...»

«Non se la prenda. Resta a pranzo? Dovrei avere del formaggio...»


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