Sorrisi e canzoni

Sarà a causa di Sanremo che mi sono messo a pensare alla musica (anche se tra le due cose non necessariamente c’è un rapporto naturale), oppure la ragione sta nel fatto che ho letto qualche riga di una notizia secondo la quale il nuovo canale video di Spotify, diffusissimo servizio di canzoni in streaming, ha convinto gli utenti: nove su dieci, nell’ultimo mese, ne hanno fatto uso.

Ho pensato alla musica, dunque, in relazione ai video scoprendo, con una certa sorpresa, che questo rapporto esiste ancora e che chi gradisce la voce di Adele ama anche vederla simulare il canto in filmati pieni di luci aggiunte al computer, e che le bizzarrie sonore di Lady Gaga sono ancor più apprezzate se accompagnate da stranezze proiettate sulla retina.

Scoperta dell’acqua calda, direte, ma per me, ignorante come sono, comunque significativa. Pensavo, infatti che l’infernale patto tra musica e video si fosse esaurito per stanchezza dopo la «grande orgia» degli anni Ottanta.

Chi c’era sa di che cosa parlo; chi è venuto al mondo più tardi difficilmente potrà immaginarlo. Grazie alle trasmissioni della neonata Mtv (ma soprattutto, in Italia, al programma «Deejay Television» di Claudio Cecchetto), musica pop e qualcosa che oscillava tra videoart e pubblicità tv invase le menti degli adolescenti e, loro malgrado, le case degli adulti. La musica smise di essere, visivamente, un disco nero che ruotava sul suo asse, per diventare un’esplosione di anarchico kitsch. Nei (relativamente) pochi pixel a disposizione, ai tempi, dei registi, vedemmo gruppi inglesi urlare che «è una vergogna» («Such a shame»), ragazze sbrindellate interessate solo a divertirsi («Girls just want to have fun»”), maggiorate in cerca di «Boys, boys, boys» e curiose creature preoccupate che davvero volessimo far loro del male (“«Do you really want to hurt me?»). Tutto ciò ha lasciato, a quanto pare, un’eredità inestinguibile di cattivo gusto e musica mediocre. Peccato abbia perduto la nota positiva: il sorriso.

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