Mercoledì 25 Gennaio 2006

In Cile il primo furto sulla jeepMa il racconto ci riporta in Sudafrica

SAN PEDRO DE ATACAMA (CILE) - Una settimana di relax e di scrittura nella quiete della campagna cilena, che sembra l’Italia anni Cinquanta, e la strada mi ha inevitabilmente chiamato. Purtroppo l’ultima sera a Viña del Mar è stata una delusione totale: ladri ubriachi mi hanno rotto un vetro posteriore del fuoristrada rubando un borsone con il vestiario, così sono restato quasi in mutande, ma fortunatamente non ho perso nulla di fondamentale. Di indimenticabile c’è stata la notte trascorsa sotto le stelle a due passi dall’osservatorio di Cerro Paranal, dove ci sono i telescopi ottici più potenti del mondo, mentre ora vi sto scrivendo da San Pedro de Atacama, una spettacolare oasi nel deserto cileno circondata dai vulcani. Sono quasi al confine con la Bolivia, con il racconto sono invece alla seconda puntata sul Sudafrica.

Cape Town era temporaneamente alle spalle, la mia idea era di visitare il Sudafrica in senso antiorario e avevo come tappe fondamentali la Wild Coast, il Lesotho, Durban, lo Swaziland, il parco Kruger e Johannesburg; purtroppo quasi una settimana delle tre originariamente previste è stata dedicata alla revisione del fuoristrada, destinato a rivedere l’officina anche al ritorno, per cui abbiamo dovuto attuare una tabella di marcia rigorosa.

La prima fermata è stata Hermanus, famosa per l’avvistamento di balene; si è rivelata una parentesi sfortunata perché ho commesso un errore di valutazione e uno di distrazione che avrebbe potuto costarmi caro. Quello di valutazione è stato di non partecipare a un’escursione in barca per vedere le balene da vicino. Non so come mai, ma non credevo che si potessero fotografare in primo piano durante le loro evoluzioni, pensavo che sarebbe stato più o meno come osservarle dai vari punti di avvistamento sparsi sulla costa, la Lonely Planet non era stata molto esplicita e io non ho ritenuto che ne valesse la pena, anche perché l’escursione non era a buon mercato (e io mi ero accorto che era già tempo di razionalizzare le risorse economiche) e avremmo dovuto fermarci lì un giorno in più.

Di balene nella baia ce n’erano decine, è stato divertente individuarle dai sentieri sulla scogliera e tentare di non perderle di vista un attimo, ma non sono stato in grado di immortalare più della coda in emersione verticale. Mi sono consolato pensando che le avrei potuto ammirare in Sudamerica e invece, come racconterò, quando sono passato dalla penisola di Valdes in Argentina erano appena scappate e, considerato il ritardo che sto accumulando, rischio di perdermele anche nella Baja California in Messico. La nota positiva è stata la sistemazione. Da Zoete Inval Travellers Lodge abbiamo dormito praticamente in un miniappartamento ben arredato spendendo 56 euro in due, compresa una ricca colazione. Il mattino dopo, al momento di pagare, io e Marilyn, lasignora olandese proprietaria della guesthouse (qui a lato), ci siamo persi in chiacchiere cosicché il mio passaporto è rimasto nel cassetto.

Ecco l’errore di distrazione. Me ne sono accorto che ero già a Knysna, 500 km più a est; tornare indietro sarebbe stata una grave perdita di tempo, ho telefonato a Marilyn per avere la conferma che il documento fosse lì e lei mi ha garantito che me lo avrebbe inviato urgentemente per posta nella prima città in cui sarei rimasto almeno un paio di giorni. Quella città non poteva che essere Durban, ma senza il mio passaporto non siamo potuti entrare nel Lesotho, minuscolo Paese all’interno del Sudafrica, un gioiellino di montagna.

Il secondo giorno l’abbiamo dedicato a Cape Agulhas, il punto più meridionale dell’Africa. Il simbolo è il vecchio faro a striscie bianche e rosse, ci siamo arrampicati su una scala attraverso un cunicolo verticale e siamo balzati sulla passerella circolare all’aria aperta passando per una pesante porticina di ferro. Il vento era micidiale, non era semplice nemmeno scattare una fotografia. Nel faro c’era un ristorantino intimo dove mi sono abbuffato di torta al cioccolato. Sulla riva unmonumento (sotto) ricorda come a destra ci sia l’Oceano Atlantico e a sinistra l’Oceano Indiano. Il tratto da Cape Agulhas a Knysna è stato l’unico percorso in Sudafrica in cui il Land Cruiser ha dovuto sorbirsi di nuovo lo sterrato per una sessantina di chilometri. Siamo entrati nella Garden Route che è molto famosa, ma la costa verdeggiante è stata ormai rovinata da numerosi insediamenti industriali.

Knysna è in una bella posizione, davanti c’è una laguna e dietro la foresta, per cui è stata una caccia al tesoro rintracciare un letto dove dormire. Quando stavamo desistendo, abbiamo scovato un albergo che aveva soltanto un difetto: a pianterreno c’erano lavori in corso che sarebbero durati tutta la notte. Noi peraltro non avevamo alternative, abbiamo scelto una camera al terzo piano e strappato uno sconto per il rumore causato dal martello pneumatico. Avremmo voluto concludere la giornata con un buon vino, ma abbiamo scoperto che nel supermarket adiacente era vietato vendere alcolici dopo le 20.

Plettenberg Bay con il suo sole e la sua atmosfera balneare ha rappresentato una parentesi gradevole dove sostare mezza giornata. La Wild Coast, nella regione dell’Eastern Cape, mi affascinava perché era descritta come l’angolo più selvaggio di Sudafrica con chilometri di foreste incontaminate, spiagge deserte di sabbia bianca accessibili soltanto a tratti e mare ruggente e perché ci vive ancora il popolo xhosa (l’etnia di Mandela) con le sue caratteristiche capanne circolari dipinte con colori vivaci e con il tetto in paglia. Tutto vero, ma purtroppo siamo stati penalizzati dal tempo inclemente. Il primo obiettivo era Cintsa, ci avrebbe consentito di spezzare il viaggio, godeva di una posizione splendida e mi aveva intrigato un ostello dove praticare diverse attività sportive, come canoa ed escursioni a cavallo.

Le dimensioni del Sudafrica e una lettura distratta della cartina mi hanno indotto all’errore nel calcolo dei chilometri. In un autogrill abbiamo letto su un quotidiano la notizia di un’aggressione a mezzogiorno a un pulmino di turisti e al ferimento del conducente sulla strada che da Coffee Bay conduce verso la montagna, non era molto lontano da noi ed era la seconda aggressione in quindici giorni, ma abbiamo deciso di continuare nonostante fosse ormai buio. Siamo arrivati quasi a mezzanotte, anche perché non abbiamo scorto nessuna indicazione per Cintsa Ovest e ci siamo persi, entrando a Cintsa Est in un agglomerato di baracche abbastanza inquietante.

La prima notte ci hanno sistemato in una grande camerata, nella seconda in un appartamento con vista sul mare con tre camere da letto (in due c’erano quattro inglesi) e con bagno, cucina e soggiorno, pullulante di quadri surreali, in comune. Il Buccaneer’s Backpackers, immerso nel verde, un tempo doveva essere un ostello all’avanguardia, probabilmente manteneva ancora la leadership e aveva un indubbio fascino, ma ci è sembrato in decadenza, un po’ abbandonato a se stesso. Il tempo ci ha concesso tregua soltanto il mattino, sfruttato per una camminata sulla spiaggia, una partita a ping pong e un tentativo di arrampicata su una parete rocciosa artificiale, per il resto il cielo costantemente nuvoloso e la pioggia ci hanno tarpato le ali. La sera abbiamo partecipato a un grigliata collettiva in ostello con viaggiatori dimezzo mondo. Considerato che le condizioni meteorologiche il giorno dopo non sono cambiate, abbiamo deciso di spostarci ancora più ad est, sempre sulla Wild Coast. A Port Sant Johns, vecchio approdo di hippy, ci ha attirato un ostello che dava sul fiume Umzimvubu, ma la foce e il mare distavano appena duecento metri. Ci hanno assegnato una camera originale con un geco disegnato sulla parete. Evidentemente il pastore tedesco che era la mascotte dell’ostello ci ha considerati molto simpatici se ci ha accompagnato nella passeggiata in riva all’oceano senza staccarsi da noi per un minuto. Non c’era il sole, ma perlomeno non pioveva. Era la serata di Halloween e in ostello è stata organizzata una festa in maschera con balli scatenati e spettacolo di mangiafuochi.

Sonia (qui a lato)sembrava Pippicalzelunghe, io mi sono limitato a un look multicolore.Le consumazioni non erano gratis, noi ne abbiamo pagate due, ma almeno una decina ce le hanno offerte gratis: birra, vodka, rhum, tequila, una sfilza infinita di bicchierini di cocktail. Sonia stava per crollare e invece si è ripresa dopo una scodella di caffè bollente. A nanna e di nuovo in partenza. Siamo entrati nello Kwazulu-Natal che ci ha accolto con una vegetazione ancor più lussureggiante e tropicale. Durban è stata una tappa dedicata alla vita balneare, peraltro non entusiasmante, e principalmente all’attesa del passaporto, ecco perché abbiamo pernottato lì tre notti. L’hotel ci ha sottoposto a un bombardamento psicologico esagerando i pericoli della criminalità. La signorina della reception ci ha invitato caldamente a non camminare sul lungomare con il buio e a non avventurarsi per le vie interne nemmeno di giorno e naturalmente a non esibire nulla di costoso, una sera abbiamo deciso di fare due passi per cenare in un ristorante e siamo stati letteralmente rincorsi da un addetto alla sicurezza che ci ha domandato preoccupato che intenzioni avessimo.

E, come se non bastasse, dal momento che il fuoristrada doveva restare in strada, sia pure controllato a vista (superava i due metri d’altezza, inaccessibile il parcheggio sotterraneo), sono stato praticamente costretto a tirare giù le due ruote di scorta dal portapacchi e a trascinarle su per le scale dell’hotel dove sono state custodite in una stanza. Non ci siamo impauriti, anche se inevitabilmente il martellamento ci ha condizionato un po’. Ho contattato Marilyn dandole l’indirizzo dell’hotel perché potesse inviarmi il passaporto e due giorni dopo, rientrando in camera, ho visto sul cuscino un postacelere: dentro c’era il prezioso documento. Marilyn è stata di una squisita gentilezza, anche perché non ha voluto nulla per la spedizione.

Nemmeno a Durban il tempo è stato radioso, ma qualche oretta al sole ce la siamo goduta. In riva al mare ci siamo imbattuti in un paio di pensionati che si divertivano a scandagliare la sabbia con un rilevatore di metalli e una cuffia nelle orecchie per recuperare monete e magari gioielli in oro. La principale attrazione di Durban è l’uShaka Marine World, un immenso parco acquatico di divertimenti (sopra) che peraltro abbiamo snobbato perché eccessivamente turistico e commerciale.

Era tempo di abbandonare la costa e di attraversare lo Swaziland, sulla strada per il parco Kruger. Lo Swaziland è una monarchia indipendente, la cui superficie è minore di quella della Lombardia. È noto per essere uno dei Paesi con la più alta incidenza di malati di Aids al mondo (dovrebbe essere il secondo dietro il Botswana; quasi un terzo della popolazione è sieropositivo), anche perché il re non dà il buon esempio praticando la poligamia.

Ma lo Swaziland è anche e soprattutto campagna, montagna, atmosfera idilliaca e originale artigianato. Siamo entrati dalla frontiera ovest di Mahamba e non da sud, com’era più logico, perché il confine meridionale di Onverwacht-Salitje era operativo fino alle 16, e abbiamo pagato una tassa di 70 centesimi di euro per l’importazione temporanea del fuoristrada.

Abbiamo dormito a Manzini e dedicato la mattinata successiva alla visita dell’Ezulwini Valley, ovvero la valle reale, con una puntata alle sorgenti termali per un bagno rigenerante nel bosco. Volevamo anche andare a salutare il re, ma l’accesso alla villa reale era sbarrato, peccato....

Rientrati in Sudafrica dal confine di Matsamo-Tshaneni, eravamo ormai in vista del Kruger, uno dei parchi naturali più famosi del mondo (si estende per 20.000 kmq), probabilmente il numero uno dell’Africa per l’avvistamento di animali. Per i viaggiatori romantici come me non è però molto affascinante: le strade del parco sono asfaltate (tranne quelle secondarie di ghiaia), ci sono molti turisti e il contatto con la natura è relativo. Comunque è stata pur sempre una tappa imperdibile. I miei obiettivi al Kruger erano il rinoceronte, che non avevo ancora incrociato, e il leopardo (sopra), intravisto in Tanzania.

Quando, appena entrati dal Malelane gate, abbiamo intercettato addirittura sei rinoceronti bianchi, mi è parso di sognare. Abbiamo visitato l’area centro-meridionale del parco, la più ricca di fauna e la base della prima notte è stata Skukuza, il campo più grande e moderno (è praticamente un paese con varie tipologie di sistemazioni, un distributore di carburante, un bancomat, un ristorante, negozi, una piscina).

Eravamo in una simpatica capanna dotata di due letti, un armadio, un frigorifero e un ventilatore (32 euro al giorno per persona compresa l’entrata al parco), ma in realtà non abbiamo dormito perché ci eravamo iscritti a un safari all’alba: alle 4,30 di notte, quando c’era ancora buio, siamo saliti su un camion scoperto e io sono stato reclutato per sostenere un faro con il quale illuminare la savana cespugliosa. Il momento più eccitante è stato costituito dall’avvistamento di un leopardo, mezzora più tardi. Stava vagando nell’erba alta e si è fermato: una condizione ideale per immortalarlo. Ho passato a Sonia il faro, ma un pulsante della digitale si è spostato senza che ne ne accorgessi sul programma di ripresa dei fiori, cosicché la fotografia del leopardo è risultata mediocre, come potete constatare (più in alto).

Il safari si è rivelato interessante perché ci ha regalato l’osservazione di un numero infinito di animali, molti di quali predatori o prede, ma all’appello non hanno risposto i leoni. Abbiamo continuato la visita al parco con il fuoristrada, Sonia voleva vedere assolutamente i leoni, ma non ce n’era proprio traccia. Siamo rientrati al campo avendo una sgradita sorpresa: avevamo prenotato una sola notte e, per un equivoco sull’orario di conferma della seconda notte, nella nostra capanna si era già insediata una famiglia e i nostri bagagli erano stati conservati in un magazzino. Il camp di Skakuza era ormai esaurito e di conseguenza abbiamo dovuto rimediare d’urgenza una sistemazione a Pretoriuskop, il primo campo costruito al Kruger.

In definitiva si è rivelata una scelta forzata positiva perché era sulla strada per Johannesburg. A circa due chilometri dall’entrata del campo sono stato pizzicato dall’autovelox: 61 km/h contro i 50 consentiti, com’era segnato inequivocabilmente sulla pistola rilevatrice mostratami dal ranger. Mi è stato annotato sul ticket di entrata del parco, da mostrare al personale della reception quando si cambia camp, che avrei dovuto pagare a loro la multa, equivalente a 32 euro. Così non è stato, ho inventato che avevo perso il ticket, e tanto non aveva molta importanza perché comunque, per ogni giorno in più che si pernotta nel parco, bisogna pagare di nuovo l’entrata, e così non ho sborsato nulla per la multa. A Pretoriuskop Sonia è stata colpita verso sera da un febbrone da cavallo, quaranta gradi il verdetto del termometro, e da problemi gastrointestinali. Ero abbastanza preoccupato, avrei potuto allertare il dottore di turno, ma ho preferito telefonare in Italia a una coppia di miei cari amici medici per avere la conferma della terapia: antibiotici e antipiretici.

Fortunatamente avevo nel fuoristrada uno scatolone di medicinali con i farmaci ideali. Sono volato al supermarket che stava abbassando la saracinesca e ho comprato un sacchetto di blocchetti di ghiaccio da appoggiarle sulla testa. È stata una notte insonne per entrambi, ma al mattino dopo Sonia era praticamente sfebbrata e, dal momento che si sentiva abbastanza in forze, abbiamo deciso di continuare il viaggio. Siamo andati ancora a caccia di un leone, ma inutilmente. Incredibile, il Kruger, che è popolato da un numero elevato di predatori criniti, non ce ne ha regalato nemmeno uno, non ha svelato nemmeno una leonessa. Pazienza. C’era da pensare a Johannesburg, una delle metropoli più pericolose del mondo.


Marco Sanfilippo

r.clemente

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