Mercoledì 06 Gennaio 2010

Lo lascia in mutande sul piazzale
per vendicare la storia di corna

«El ön òm, lü?», è un uomo lei? L'imputato, nella foga del suo eloquio italo-orobico, continuava a buttarlo retoricamente lì al giudice per giustificare la sua reazione di maschio ferito. Ostico vernacolo che il magistrato, Gaetano Buonfrate, da buon pugliese faticava a decifrare, ma che conteneva, nella sua stringatezza, una sottile richiesta di solidarietà virile. Insomma, signor giudice, che avrebbe fatto lei, se avesse scoperto che la sua fidanzata la tradiva? Non sarebbe stato tentato pure lei di rifilare una bella lezione al suo rivale?

Era questo il messaggio nascosto dietro la domanda che faceva da refrain all'autodifesa del muratore trentaseienne di Clusone al centro di una storia di infedeltà cominciata in una stanza da letto e terminata nell'aula di un tribunale. Delitto d'onore in salsa bergamasca, fortunatamente più grottesco che drammatico, con un seduttore di provincia che incassa una gragnuola di cazzotti e finisce in mutande in un piazzale frequentato da coppiette e con un Otello d'alta valle che paga lo sfizio di menare il cornificatore con una condanna a un anno (pena sospesa) per sequestro di persona e lesioni e 3.000 euro di risarcimento.

La vicenda risale all'ottobre del 2006, quando il muratore viene a sapere che la sua morosa (ora ex) ha un amante. Lo apprende nel luogo più insidioso che ci possa essere: il bar, patria del bianchino e della chiacchiera perfida, popolata da gente abituata a infierire, soprattutto su chi è in odore di corna. Salvare l'onore con una plateale vendetta a questo punto per il magüt baradello diventa una missione obbligata. L'uomo convoca il latin lover, un trentaduenne di un comune vicino, e chiede conto di quanto ha saputo. L'altro nega, punta sullo scambio di persona, spiega che convive felicemente con la propria donna. Il muratore non è convinto, ma lo lascia andare indenne. Decide però di approfondire le voci che girano in paese, verifica circostanze e sospetti.

E giunge alla conclusione che l'altro gli ha mentito. Così, per fargliela pagare, architetta un piano che è un impasto di rabbia e di raffinata crudeltà. Convoca il rivale alla mezzanotte di un venerdì sul piazzale del Sole a Clusone, e lo fa salire in auto: «Io e te dobbiamo fare due chiacchiere». I due raggiungono una zona appartata, frequentata da coppiette, nei pressi del laghetto di pesca sportiva di Piario. E qui le versioni cominciano a differire. Secondo l'accusa, il trentaduenne sarebbe stato costretto a entrare nella vettura a suon di minacce e, una volta dentro, sarebbe stato aggredito da altri due uomini nascosti sotto una coperta sul sedile posteriore, che gli avrebbero messo un sacco in testa e l'avrebbero legato a mani e piedi.

L'imputato, difeso dall'avvocato Ignazio Paris, ha invece raccontato che il rivale era salito in macchina di sua spontanea volontà. A escludere la presenza dei fantomatici complici c'è una registrazione nella quale si sentono solo le voci di vittima e imputato. Già, perché quest'ultimo, deciso a far ammettere l'adulterio al trentaduenne e magari rinfacciarlo con tanto di sonoro del reo alla fidanzata fedifraga, aveva attivato il registratore del telefonino. Una volta ottenuta la confessione, il magüt era passato ai fatti. Aveva cominciato a rifilare ceffoni all'altro, provocandolo: «Dài, reagisci». Poi, vedendo che il trentaduenne non rispondeva e cercava solo si schivare i colpi, lo aveva tirato giù dall'auto e gli aveva strappato di dosso i pantaloni.

«Adesso voglio vedere cosa dirai alla tua convivente quando arriverai a casa in mutande», aveva urlato prima di ripartire con le braghe del rivale come trofeo. Rimasto solo, a piedi e seminudo in una zona a quell'ora particolarmente delicata, il giovane aveva accettato il rischio di passare per maniaco sessuale, bussando al finestrino della vettura di una coppietta. Dopo qualche attimo di comprensibile apprensione, ragazzo e ragazza appartati si erano detti disponibili a dare un passaggio a quel tipo in slippini. Molto furbescamente il trentaduenne s'era però fatto accompagnare a casa dei genitori, dove aveva rimediato un paio di calzoni con cui presentarsi poco più tardi dalla compagna. Dunque, vendetta riuscita solo a metà per il tradito. Anzi, trasformatasi in un boomerang quando il traditore s'era rivolto ai carabinieri per denunciarlo per sequestro di persona e lesioni (5 giorni di prognosi).

A processo il racconto del magüt è stato in pratica un'ammissione quasi compiaciuta (con particolari irriferibili quando s'è trattato di spiegare che aveva infierito pure sulle parti intime del rivale), condita con una richiesta di comprensione: «El ön òm lü, signor giudice?». A quel punto l'aula del tribunale di Clusone ha rischiato di trasformarsi nella platea di un cabaret, con un pubblico di azzimati legali in attesa delle successive udienze che a stento tratteneva gli sghignazzi. Un anno di carcere (che non farà), 3.000 euro di risarcimento e l'onta della derisione come pena accessoria per questa storia di corna, botte e uomini in mutande. La Cassazione del bar sport sarà senz'altro più clemente. Stefano Serpellini

k.manenti

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