Domenica 04 Aprile 2010

Un anno con i terremotati
Don Chioda racconta l'Abruzzo

Il terremoto è il terremoto. Non basta un anno a cancellare dalla testa le paure, a riprendere per mano la serenità di vivere, a mutare i drammi in danze di quieta felicità. Ci vuole tempo, pazienza per lasciarsi alle spalle quel terribile sussulto della terra che in una notte ha devastato L'Aquila, i suoi «muri» e le sue persone.

E soprattutto ci vuole fatica. Una fatica tutta interiore per riportarsi sui binari della speranza dopo l'involontario deragliamento nella disperazione e nella rassegnazione. Fatica dunque: prima di tutto e nonostante tutto. È quella la parola che più di altre si ascolta nella testimonianza di don Michele Chioda, il prete di Albino, incaricato dal vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi, tramite la Caritas diocesana bergamasca, di trascorrere due anni a L'Aquila.

«Dopo un'esperienza a Colletorto e a San Giuliano di Puglia (Campobasso) dopo il terremoto del 2002 nel Molise ho accettato l'esigenza del vescovo di affiancare i sacerdoti dell'Aquila nel loro ministero». Don Michele, viceparroco da cinque anni nella comunità romana della Trasfigurazione a Monteverde, arriva sui luoghi del terremoto a fine giugno del 2009.

«Durante tutta l'estate sono stato a Paganica nel campo della Caritas. Dal novembre scorso mi trovo in un'abitazione a Tempera sempre nella zona del gemellaggio di solidarietà tra la Lombardia e la diocesi aquilana». Don Michele (laureato in psicologia) ha accompagnato spiritualmente i gruppi di soccorso che si alternavano di settimana in settimana. Ha affiancato i preti che venivano come volontari dalla Lombardia e dalla Sicilia.

«I sacerdoti del territorio chiedevano di essere sostenuti in un periodo d'incertezza e fragilità». Non solo nell'amministrazione dei sacramenti, ma anche in esigenze materiali. «La risposta da Bergamo non è mancata: da Seriate, Filago, Telgate... Hanno aiutato Paganica a sostenere le spese di una tenda, a Monticchio s'è montata una tensostruttura per celebrare le Messe e Bazzano ha avuto la sua chiesa di legno, di fatto l'unica agibile nel quartiere».

Quella di don Michele è un'esperienza, comunque non ancora terminata, dalle molteplici sfaccettature di un anno da «terremotato». «Ogni periodo è diverso. L'estate è stata soprattutto caratterizzata dall'ascolto del dramma della gente: lo scoraggiamento di aver perso persone care, la casa, i propri riferimenti e i disagi provati nella vita in tendopoli seppur in un'atmosfera di coesione e di inventiva socializzante».

L'arrivo dell'inverno ha comportato nuovi problemi. Il freddo che a l'Aquila si sente da settembre e l'incertezza del quando e del dove lo Stato li avrebbe sistemati. «È come se avvertissero la fatica di essere stati espropriati nella facoltà di decidere il proprio destino. Non sono stati coinvolti nel gestire la vita dei campi né tanto meno nell'assegnazione delle nuove strutture. Questo è stato un limite. Seppur nella provvisorietà, la gente avrebbe preferito stare nelle tende piuttosto che andare in moduli abitativi provvisori (map) lontani dai luoghi dove aveva sempre vissuto».

Dallo scorso dicembre in avanti (quando ormai la gente era fuori dalla tende) la fatica del vivere si è declinata nell'attesa dei criteri per la ricostruzione e per la mancanza di luoghi di aggregazione. «Le chiese sono gli unici spazi di ritrovo della comunità. In alternativa ci sono i centri commerciali dove ora, nei fine settimana, si concentrano i ragazzi quelli che più di altri evitano di parlare del terremoto».

Aprile diventa il tempo faticoso di rivivere psicologicamente il terremoto. È rimasta forte la sensibilità al movimento sismico che non si è interrotto un anno fa. «Una paura continuamente alimentata. Basta la minima scossa per caricarsi di tensione, per non dormire la notte». Per paradosso le nuove case determinano l'accrescere di deja vu emotivi. Strutture sì antisismiche e quindi sicure, ma «elastiche» e le scosse si avvertono maggiormente.

Se il periodo delle tendopoli aveva riportato un senso di solidarietà e di vicinanza, adesso si ritorna al privato. «Ognuno pensa alla “sua” ricostruzione, alle “sue” esigenze e quindi si ripresentano le fatiche nelle relazioni tra gruppi e famiglie spesso arbitrariamente assortiti dalla destinazione degli alloggi».

Dallo scorso Natale il riferimento di don Michele sono le suore clarisse di Paganica dove celebra tutti i giorni la Messa. «La loro struttura ha ceduto durante il terremoto. La loro madre badessa è morta. Sono state lontane da L'Aquila dal 6 aprile al 22 dicembre ospiti nel monastero di Pollenza. Sono molto provate. Adesso hanno un piccolo monastero in legno».

Don Michele, dopo dieci mesi ininterrotti di permanenza, è diventato un aquilano d'adozione. È una presenza conosciuta. «Vengono da me per raccontare le loro fatiche. Le fatiche della convivenza degli anziani che si ritrovano a riscrivere le loro abitudini. Prima del terremoto vivevano soli, nella loro casa di sempre. Ora convivono con i figli sposati e non è sempre facile vedere mutilata la propria intimità».

Gli anziani sono senza dubbio coloro che hanno fatto più fatica nel post terremoto. Non è un caso che la scorsa estate la statistica della mortalità della terza età è aumentata. «E non è per il caldo, ma una passiva rassegnazione che li ha debilitati».

Ma oggi è Pasqua anche all'Aquila. Don Michele celebra la Messa di resurrezione alle 8,30 dalle clarisse e alle 10,30 a Bazzano. Se pensiamo che a Natale non c'era una chiesa dove celebrare, questo è un altro piccolo segno della speranza che non smette di incalzare l'uomo e lo rende attivo per sé e per gli altri.

«Si è anche costituito un gruppo locale della Caritas. C'è la voglia di offrire ai ragazzi percorsi di catechesi anche se non ci sono le strutture». E c'è pure la rabbia vitale che monta quando si sente ai telegiornali che sul dramma dell'Abruzzo qualcuno ha fatto affari oppure s'è divertito. Anche per questo si fa fatica a risorgere dopo un terremoto. Ma si risorge. Per rabbia e per amore.
 Bruno Silini

m.sanfilippo

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