Venerdì 04 Marzo 2011

Controllavano lucciole con microspie
Il gup: ridotte a schiave, pene più alte

Secondo le difese era un accorgimento, una precauzione adottata per limitare i pericoli che potevano correre le «loro» lucciole mentre si prostituivano in strada. I risponditori automatici che piazzavano nelle borsette delle ragazze da sfruttare si sono invece rivelati penalmente un boomerang: considerati a processo delle specie di microspie, sono valsi a tre albanesi la pesante condanna anche per riduzione in schiavitù.

Attraverso questi aggeggi, insomma, avrebbero controllato in modo asfissiante le giovani, impedendo loro qualsiasi libertà di movimento e d'iniziativa. Anche se, hanno obiettato i difensori, i «collegamenti» tramite le microspie erano talmente brevi che, se di controllo si deve parlare, lo si può definire più sporadico che continuo.

Tanto più che, stando agli imputati, i trasmettitori di fabbricazione cinese, dotati di schede telefoniche (tramite una chiamata permettevano di ascoltare quanto accadeva attorno alle ragazze senza che queste ultime azionassero ogni volta il dispositivo di risposta), venivano utilizzati per capire se c'erano situazioni di rischio quando s'appartavano con i clienti sulla Villa d'Almé-Dalmine.

Buone intenzioni che non sono servite a scongiurare condanne severe in abbreviato davanti al gup Bianca Maria Bianchi. Per tre di loro, oltre allo sfruttamento della prostituzione, è stata riconosciuta la riduzione in schiavitù. Si tratta di tre albanesi: D. L., 24 anni, residente a Bergamo, ora in carcere (è difeso da Marco Tropea e Anna Marinelli), che ha rimediato 9 anni e 8 mesi; E. N., 23 anni, di Mira (Venezia) condannato a tre anni, 10 mesi e 20 giorni; e D. S., 31 anni, residente ad Alzano (assistito da Gianfranco Brancato), a cui sono stati inflitti sei anni e 4 mesi.

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m.sanfilippo

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