Mille vittime dal 2000 sulle strade bergamasche

Il 2000 era nato da poche ore quando un giovane di 32 anni perse la vita uscendo di strada in auto. Mancava una manciata di minuti alle 8 e una famiglia, che stava preparandosi a festeggiare il Capodanno, veniva catapultata nella tragedia. Una tragedia senza ritorno perché la vita non sarebbe stata più la stessa. Da quel 1° gennaio 2000 sono passati 2.695 giorni e le croci sulle nostre strade sono diventate mille. In media ogni due giorni e mezzo (60 ore) le cronache de «L’Eco di Bergamo» hanno dato conto di una vittima della strada. Una lunga fila di croci si è così allungata sulla A4 da Milano a Brescia, sulla rete delle strade statali, provinciali e comunali. La morte ha colpito ovunque.

TANTI GIOVANI
- A scorrere questo interminabile elenco di nomi c’è da spaventarsi: l’età media delle vittime è di poco superiore a 41 anni. Ma se entriamo nei dettagli vengono in brividi: 319 vittime (il 33%) avevano tra i 18 e i 30 anni, 163 (il 16%) tra i 31 e i 40; 52 (5%) tra i 14 e i 17, mentre 23 (2%) avevano meno di 13 anni. A conti fatti più della metà dei morti negli incidenti stradali aveva davanti a sé grandi speranze che sono state spezzate dalle lamiere contorte o si sono infrante contro un ostacolo. Una perdita di professionalità e di esperienze ulteriormente aggravata dalle 119 vittime tra i 41 e i 50 anni e le 86 tra i 51 e i 60 anni. E questo a prescindere dal valore della vita umana che non ha prezzo per la sua unicità e irripetibilità.
LAVORATORI VITTIME - E quanto alle professionalità andate perse ben 417 vittime (poco più del 41%) erano lavoratori dipendenti molti dei quali deceduti lungo il tragitto tra casa e posto di lavoro e se aggiungiamo i 149 (il 15% scarso) lavoratori autonomi, il mondo del lavoro attivo sulle strade conta il 56% delle vittime. Ben 226 (il 22,5%) invece erano pensionati. Il freddo linguaggio dei numeri dice ancora che un quarto delle vittime ha perso la vita uscendo di strada e più di un quinto – 211 – di notte tra le 23 e le 4 del mattino. Tante di queste tragedie forse potevano essere evitate perché è difficile pensare che sempre siano responsabili il guasto meccanico, il colpo di sonno o il malore.

CENTAURI A RISCHIO
- Ma non è tornato a crescere solo il numero delle vittime della strada. Dall’introduzione della patente a punti si è assistito anche a un’inversione di tendenza: aumentano soprattutto percentualmente le vittime tra i centauri, mentre sono scese quelle tra gli automobilisti grazie all’uso della cintura di sicurezza combinato all’airbag. Se nel 2000 il 52% delle vittime viaggiava in auto e il 23 in moto, lo scorso anno gli automobilisti morti costituivano il 40% contro il 37% dei centauri. I motociclisti, infatti, tranne il casco non godono di nessun tipo di protezione e per loro, senza vie di fuga, ogni strada è una trappola mortale.
Esaminando l’intero periodo 2000-2007 emerge che il 48% delle vittime (475) erano automobilisti, il 28% (284) motociclisti, il 13% (130) erano pedoni, mentre il 9% (89) andava in bici. Il 2% (19) è costituito dai camionisti. Il 2007 inoltre si sta segnalando come l’anno nero dei camionisti: in nemmeno cinque mesi sono già cinque conducenti di mezzi pesanti ad aver perso la vita. Il triste primato apparteneva prima al 2006 con 4 vittime nell’arco dei dodici mesi. Purtroppo, però, c’è da registrare un altro dato negativo che riguarda i bisonti della strada: il 14,9% delle vittime ha perso la vita in un incidente che ha visto coinvolto un mezzo pesante (coinvolto non significa responsabile).
IL 2006 ANNO NERO - Mille morti in sette anni e mezzo scarsi sono un dato inaccettabile anche se, sempre leggendo le statistiche, in questi anni tanto è stato fatto, ma molto – troppo – resta ancora da fare. Per quattro anni si è assistito a una progressiva diminuzione del numero delle vittime sulle strada. Il 2000 si era concluso con il pesante bilancio di 168 morti. Il campanello d’allarme fu sentito e a fine 2001 si registrò una prima flessione: 161 vittime. Il trend continuò nel 2002 quando si scese a 157. Era evidente che non bastavano gli interventi fatti dagli enti proprietari delle strade per la messa in sicurezza – settore nel quale la Provincia ha sempre fatto notevoli investimenti – e anche i controlli delle forze dell’ordine, prive di efficaci strumenti di repressione, non erano più sufficienti. Occorreva qualcosa di più e nell’estate del 2003 entrò in vigore la patente a punti: il numero delle vittime della strada nella Bergamasca scese di colpo a 116 con una diminuzione di oltre il 26%.
Quel colpo di freno, che aveva fatto ben sperare, si esaurì nel giro di due anni. Sia nel 2004 che nel 2005, infatti si registrò sì una diminuzione del numero delle vittime, ma fu poca cosa di fronte alle aspettative. In entrambi gli anni si contarono 115 morti. Era un chiaro segnale che la patente a punti stava perdendo di efficacia. E così è stato. Lo scorso anno il brusco risveglio: 125 vittime.
La patente a punti per tre anni è stata lo spauracchio che ha spinto molti a indossare cintura e casco e a non bere. Incredibilmente pesava di più la paura di perdere i punti che la vita.
Mino Carrara

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