Venerdì 24 Febbraio 2012

Delitto di Ponte San Pietro
«Il capello andava conservato»

Qualcuno lo doveva conservare, quel lungo capello nero che avrebbe potuto riaprire le indagini sull'omicidio di Marina Loreto. Il pm dell'epoca lo mise per iscritto nel fascicolo (archiviato nel 1994): il reperto andava conservato «in idonea cella frigorifera». Già, ma quel capello non si trova più. Che fine ha fatto? Una domanda che ancora non ha riposta.

Facciamo un passo indietro. Marina Loreto, impiegata dell'Ussl, fu uccisa a 28 anni la sera del 23 settembre 1993 nel parco del Famedio di Ponte San Pietro, a pochi minuti a piedi da casa sua. Fu percossa e strozzata. Era una serata piovosa, Marina stava andando a prendere il bus per recarsi a una festa di compleanno in città. Il corpo fu scoperto alle 23 da un infermiere della vicina casa di riposo, che vide prima un ombrello rovesciato, poi, insieme a una suora, scoprì il cadavere. Gli inquirenti indagarono in varie direzioni, senza riuscire a risolvere il caso, archiviato sette mesi dopo. Nei mesi scorsi qualche carabiniere di buona volontà ha cercato di rimettere il naso nel fascicolo impolverato, accorgendosi però che, purtroppo, non ci sono spunti per poter riaprire il caso. In particolare manca un reperto che, consegnato ai laboratori e ai progressi tecnico-scientifici degli ultimi anni, avrebbe potuto portare alla soluzione del giallo o almeno a un indiziato. Si tratta di un capello lungo e nero che era stato trovato dagli inquirenti impigliato sotto l'anello che Marina portava al dito.

I carabinieri di Bergamo nei mesi scorsi hanno informalmente cercato il reperto negli archivi dell'istituto di medicina legale che aveva supportato l'inchiesta: a distanza di quasi 20 anni volevano farlo rianalizzare dal Ris di Parma, alla luce dei progressi compiuti dalle indagini scientifiche. Quel capello però non si trova.

fa.tinaglia

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