Sabato 01 Giugno 2013

Don Corinno, prete da 50 anni
«La mia vita accanto agli ultimi»

Vecchie foto in bianco e nero lo ritraggono giovanissimo a Morengo, insieme agli amici e al curato di allora. Altre, a colori, raccontano i suoi anni da missionario in Ecuador: il sorriso dietro la barba che portava allora, un battesimo, gli abbracci ai bambini nelle periferie povere.

Le ultime sono quelle di oggi: parroco di Brembate Sopra, 73 anni e i capelli bianchi, ma lo spirito di sempre e gli occhi sempre rivolti verso gli ultimi. È un viaggio di fede lungo mezzo secolo quello di don Corinno Scotti, che in questi giorni celebra il 50° di sacerdozio.

La data è l'8 giugno, ma già questa settimana la comunità ha avviato le iniziative: le Quarantore, uno spettacolo dei giovani sabato sera 1° giugno alle 20,30 in chiesa, domenica Messe alle 10,30 e alle 18 con processione del Corpus Domini.

Don Corinno non ama i riflettori, ma per l'occasione accetta di raccontare un po' della sua storia e lo fa a modo suo, partendo dalla fine: «In fondo 50 anni di Messa vuol dire che uno invecchia, e invecchiare non è né merito né colpa, semmai è dono, responsabilità, riconoscenza».

Don Corinno è nato il 3 novembre 1939 a Morengo e fu ordinato dal vescovo Giuseppe Piazzi l'8 giugno 1963, cinque giorni dopo la morte di Papa Giovanni XXIII. Fondamentale il lavoro missionario. In Ecuador don Corinno è rimasto vent'anni, alternando periodi in Italia, e dal 2002 è a Brembate Sopra.

«In Ecuador - racconta - ho toccato con mano tanta povertà, ma anche tanta fiducia in Dio: non è incoscienza, è il segno della certezza che la vita è nelle mani del Signore. In Italia invece tanto benessere, ma anche tanta gente che non trova ragioni per vivere: in Ecuador mancavano i mezzi per vivere, qui mancano le ragioni, non so quale sia la povertà più grande».

Sulla parete dello studio di don Corinno ci sono diverse foto, una colpisce: Yara. «Dico quello che ho sempre detto: non tocca a noi trovare il colpevole, anche se speriamo che lo trovino, a noi tocca vivere questa morte come una responsabilità: se Yara non ci fa diventare più buoni, più uniti, ha vinto l'assassino».

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m.sanfilippo

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