Lunedì 17 Giugno 2013

Una buca maledetta cambia la vita
«Ma sogno di tornare in piedi»

di Marta Todeschini

«Ha visto? Tre secondi e la vita cambia». Guido Vanelli avrebbe tutti i motivi per prendersela con il mondo invece è qui, sul balcone del centro riabilitativo di Mozzo inondato di sole, a muovere le dita dei piedi. Gli ricordano quanta strada abbia già fatto da quel maledetto 6 aprile, quanta forse non ne farà più senza la sua sedia a rotelle.

Guido Vanelli, cinquant'anni di Clusone, era lo sport fatto carne, ma c'è da scommettere che continuerà a praticarlo, «magari con l'handbike», butta lì. Snowboard, sci, paracadutismo, motocross, calcio, bicicletta. Un uomo in fermento diviso tra il suo lavoro in pizzeria, i figli Simone e Corinne, di 14 e 24 anni, la moglie Stefania e la passione per lo sport. Ma la vita può cambiare in tre secondi. La pizzeria d'asporto di via San Defendente non c'è più: dopo l'incidente del quale Guido è rimasto vittima non è mai più stata riaperta. Chiusa. Venduto tutto il vendibile e sul cartello la resa: cessata attività.

Anche i pomeriggi ad allenare i portieri del Gruppo sportivo Fiorine si sono interrotti, così come i chilometri macinati in bici con gli amici. Era il 6 aprile, un sabato, quando una buca gli aveva fatto perdere il controllo della sua bicicletta a Cene, scaraventandolo contro una barriera metallica. Frattura cervicale. «Un centimetro più su e poteva essere morto» interviene la moglie Stefania. Magari tetraplegico, come avevano fatto intuire i medici subito dopo averlo raccolto da quella ringhiera.

Non avevano fatto i conti con l'ottimismo irrefrenabile di Guido il pizzaiolo. O con la sua tempra da parà della Folgore, chissà. Va da sé che con i progressi fatti in questi due mesi al centro di Mozzo - dopo l'intervento di sette ore «opera del dottor Orazio Santonocito e della sua équipe, bravissimi» dice Guido -, non pare nemmeno troppo azzardato sentirsi dire che «io di uscire da qui con le mie gambe ci spero sempre». Sognare non costa niente e aiuta tanto, soprattutto se si resta convinti, come lui, che «nella disgrazia mi è andata di fortuna».

Gli chiediamo di quel giorno e di quella buca che ha mandato all'aria i suoi progetti, il suo lavoro. «Rancore? Se quella buca la tappavano l'era mèi, ma poteva capitarmi ovunque: a Vertova, a Clusone, ovunque». Lui che in cinquant'anni (compiuti il primo giorno di primavera) non è mai entrato in un ospedale, al Giovanni XXIII si è fatto 18 giorni di terapia intensiva «curato e trattato benissimo, come anche qui a Mozzo, dove abbiamo professionisti molto preparati e umani».

Alla Casa degli angeli appoggiata sulla collina, ogni giorno è una nuova scommessa. Guido apre e chiude quelle braccia rimaste ingabbiate per interminabili giorni, dopo lo sgambetto della buca, e parla di «un puzzle: qui è come se stessero rimettendo insieme un puzzle: lavorano sui nervi, sui muscoli di un singolo dito, magari ci mettono una settimana per fartelo muovere» dice sollevando l'avambraccio.

Pare il gesto goffo di un portiere alle prime armi, lui che ogni giovedì, cascasse il mondo, era lì alle Fiorine ad allenarli. Era. Tradito da una buca, non certo dagli amici. Il 2 giugno alla festa di fine stagione del Gruppo sportivo Fiorine erano in 300: atleti, genitori, allenatori, tutti insieme per dire «Guido mòla mia».

Inutile dire a chi sia destinato il ricavato del pranzo, dei giochi, delle gare di torte e della sottoscrizione a premi. Di più: «Insieme ad altre associazioni sportive a cui Guido è vicino stiamo costituendo un comitato ? spiega Anna Balduzzi che del Gs Fiorine è la segretaria ?: la sede sarà alla Pro loco di piazza Orologio, l'obiettivo raccogliere fondi per aiutare Guido nel suo processo di riabilitazione».

Intanto faranno comodo per tirare avanti: la pizzeria garantiva l'unico reddito «e il risarcimento dell'assicurazione arriverà chissà quando, insieme alla pensione» aggiunge Vanelli.

Sulla collina di Mozzo il tempo scorre lento. Tre ore di riabilitazione al giorno e tanto tempo per pensare. Torna alla mente quel maledetto sabato d'aprile. Gli amici Luigi e Pietro con lui in bici, i sessanta chilometri alle spalle prima di quella buca. «Avevo chiuso la pizzeria a un quarto alle due, il forno l'avevo lasciato acceso. Ma sono ancora qui».

Ricorda chi lo sta aiutando, guarda la mamma Lina e la moglie Stefania sedute accanto a lui e il pensiero torna su a Clusone: «E un bocca al lupo ai commercianti miei colleghi, che sia una bella stagione».

Marta Todeschini

e.roncalli

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