Sabato 10 Agosto 2013

«Due parlavano di una palestra...»
Yara, ecco il racconto di «Mario»

«Sono Mario, l'autore delle lettere e delle telefonate anonime sul caso Yara». Sguardo preoccupato, quasi smarrito, un sessantenne, di bassa statura, calvo, con la barba incolta entra nella redazione de «L'Eco di Bergamo». Chiede di parlare con un giornalista. «Sono proprio io, Mario», insiste. Scarne parole che deflagrano come un tuono. Come pure il suo racconto, dettagliato, circostanziato, ma che pecca di attendibilità. Da giorni lo cerca la polizia. La Squadra mobile della Questura di Bergamo è sulle sue tracce. Nelle ultime ore il cerchio si è ormai stretto attorno a lui. «Si è vero, mi son sentito braccato, ma non ho fatto nulla, per questo ho deciso di confidarmi con un giornalista». Mario - ma il suo vero nome è Domenico De Simone, residente a Bergamo - entra in una saletta della redazione e dopo qualche attimo di esitazione decide di vuotare il sacco. Originario di Cosenza, De Simone è un ex collaboratore di giustizia, particolare questo non indifferente, che giustifica almeno parzialmente il fatto di voler confidare la sua versione, rimanendo tuttavia nell'anonimato. «Certo, è proprio così - dice -, pensavo di poter essere utile, ma non volevo espormi con tanto di nome e cognome sui giornali».

L'intervista rilasciata a «L'Eco» è stata realizzata prima che fosse bloccato da parte degli agenti della questura proprio sotto la redazione del nostro quotidiano, vicino alla cabina dalla quale erano partite le telefonate anonime. Proprio venerdì alla nostra redazione era giunta un'altra lettera anonima, sempre dello stesso Mario, nella quale chiedeva di non essere definito un mitomane, come del resto lo ritenevano gli inquirenti.

Allora, Mario, perché solo ora vuole uscire dall'anonimato e raccontare quello che sa?
«Ho letto i giornali, ho ascoltato la televisione e mi sono accorto di aver causato un putiferio, di aver scatenato una specie di caccia all'uomo e per questo ho pensato di rivolgermi a voi. Voglio venir fuori da questa storia. Forse ho fatto danni, ma non pensavo di scatenare questo clamore. Io volevo solo essere utile alle indagini».
Bene, ma ora ci dica esattamente cosa conosce.
«Ho ascoltato un colloquio tra due persone che parlavano di una palestra e del fatto di non voler essere scoperte».
Sia più preciso, chi erano quelle due persone?
«Due donne».
Italiane o straniere?
«Italianissime».
Età?
«Una di mezza età, sui quarant'anni, l'altra giovanissima. Due donne distinte».
E dove le ha viste?
«Erano sedute nella sala d'attesa del pronto soccorso al Policlinico di Ponte San Pietro».
Scusi, ma perché lei si trovava lì?
«Avevo un appuntamento con un medico oncologo, che poi però non ho incontrato».
Si è fatta un'idea di chi potessero essere quelle due donne?
«Penso fossero della zona dell'Isola, di qualche paese vicino».
E cosa l'ha insospettito?
«Una delle due aveva una ferita ad una mano».
Destra o sinistra?
«Non so, non me lo ricordo».
Che tipo di ferita?
«Una contusione da colluttazione».
E quindi?
«La donna contusa era molto preoccupata e ha riferito all'altra un particolare inquietante».
E cioè?
«Ha detto alla sua amica: ?Devi tornare alla palestra, perché dove è successo il fatto (la colluttazione, ndr.) ho perso la collanina che ha anche le iniziali. Vai a verificare in palestra se la trovi e mi raccomando: non parlare con nessuno in palestra?».
E lei a quale conclusione è giunto?
«Mi è rimasto impresso il dettaglio della palestra, poi anche il fatto della ferita, della preoccupazione strana della donna contusa. Ho messo un po' tutto assieme pensando che in qualche modo le due fossero coinvolte con il caso Yara».
Scusi, ma a quando risale questo colloquio fra le due donne?
«A quattro o cinque giorni dopo, una settimana dopo...».
Dopo cosa scusi?
«Dopo il ritrovamento».
Ma se la ragazza era morta tre mesi prima?
«Dopo il ritrovamento». (Mario su questo punto è apparso confuso). Perché ha atteso così tanto tempo per parlare di questo fatto?
«Ho ripensato varie volte a questa storia e con il tempo mi è maturata l'idea. Ho pensato anche di non essere credibile, attendibile».
Quando ha sentito il fiato sul collo degli inquirenti cosa ha pensato?
«Mi son detto che volevo venir fuori da questa storia dove mi ero infilato forse in modo imprudente».
Perché ha scritto il primo messaggio sul quaderno delle preghiere nella cappella di Rho?
«A Rho ci vado per i controlli medici. Sono malato di tumore».
Lì ci sono molte telecamere, ha rischiato di essere preso subito. «Impossibile, non mi prenderanno mai con i fotogrammi delle telecamere».
Mario a un certo punto si mette le mani in faccia. «Se non muoio di tumore, muoio di infarto», aggiunge consapevole di averla fatta grossa. Ora però c'è il rischio della denuncia, quantomeno per procurato allarme.
«Io ho detto ciò che può essere utile agli inquirenti. Sembra sia accaduta la terza guerra mondiale. Ho sbagliato qualcosa certo, ma l'ho fatto senza pensare, desideravo togliermi questo peso. Ho fatto danni e me ne scuso. Però se vogliono possono trovare riscontri in quello che ho detto. Basta guardare i registri del pronto soccorso di Ponte San Pietro».
Al termine dell'intervista Mario è sceso in strada ed è stato bloccato da una pattuglia della questura. Un incontro forse non casuale. De Simone aveva utilizzato quella cabina davanti a «L'Eco» per le sue telefonate. E nei giorni precedenti aveva condito i suoi messaggi con nomi di persone e luoghi conosciuti: il cappellano dell'ospedale di Rho, don Antonio Citterio, la chiesa del Galgario, don Eugenio. Ha seminato indizi per farsi ascoltare o forse per farsi «prendere». Quella versione rivista o ricostruita nella sua mente non convince. Vacilla se raffrontata con l'arco temporale. Un'illusione in più per la famiglia, una corsa in più per gli inquirenti, ma soprattutto un castello di idee ormai franato.

Emanuele Roncalli

r.clemente

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