Mercoledì 02 Ottobre 2013

Letta conquista la fiducia al Senato
Berlusconi tiramolla: alla fine sì

«Mettendo insieme le aspettative e il fatto che l'Italia ha bisogno di un governo che produca riforme istituzionali e strutturali abbiamo deciso non senza interno travaglio per il voto di fiducia». Così Silvio Berlusconi in Aula al Senato poco dopo le 13,30 di mercoledì 2 ottobre. Clicca qui per seguire tutto il dibattito

Una decisione clamorosa dopo una mattinata di continui cambiamenti di rotta. Dal no scaturito della notte a un possibile sì, poi ancora no e alla fine sì. Dopo che però circa 27 esponenti del Pdl avevano firmato un documento con la fiducia al Governo mettendo così fuori gioco l'ex premier. Alla fine il governo ha conquistato nettamente la fiducia con 235 sì e 70 no.

«L'Italia corre un rischio che potrebbe essere fatale, sventare questo rischio dipende da noi, dalle scelte che assumeremo, dipende da un sì o un no». Lo aveva affermato il premier Enrico Letta, stamattina, in Senato, nel discorso in cui aveva chiesto la fiducia per continuare l'opera di governo.

«Si deve tracciare la separazione tra le questione giudiziarie di Berlusconi e le attività dell'Esecutivo, i due piani non possono essere sovrapposti, in uno Stato democratico le sentenze si rispettano e si applicano, senza dimenticare il diritto intangibile a una difesa efficace senza trattamenti ad personam o contro personam». Lo aveva sottolineato Letta nel corso del suo intervento.

«Vediamo cosa succede. Prima sentiamo cosa dice il presidente Letta e poi decidiamo». L'aveva affermato il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, arrivando in Senato, rispondendo ai giornalisti che gli domandavano se il Pdl voterà la fiducia al Governo Letta.

«Coraggio e fiducia sono quello che torno a chiedere, mi appello al Parlamento: dateci fiducia per tutto quello che si è fatto, per quello che faremo, una fiducia non contro qualcuno ma per l'Italia». Era stata la conclusione di Letta nel suo discorso in Senato per la fiducia.

È così scattato il dibattito in aula. Silvio Berlusconi, dopo voci circolate di un possibile sì, alla conclusione di una riunione con l'ala dura del Pdl aveva confermato la decisione di votare no alla fiducia decidendo di restare in Aula: «Se uscissimo fuori sarebbe un gesto ambiguo e gli elettori non lo capirebbero» era stato il commento.

Ciò nonostante circa 27 i senatori di Pdl e Gal avessero già firmato un documento a sostegno del Governo Letta. Lo aveva riferito uno dei firmatari, che aveva aggiunto che erano «almeno 35 i voti per la fiducia» provenienti dal centrodestra, calcolando che per esempio il ministro delle Riforme, Gaetano Quagliariello, non aveva firmato la mozione in quanto componente dell'Esecutivo.

Era stata dunque confermata la spaccatura del Pdl con i «falchi» che puntavano alla caduta del governo, come pretendeva Berlusconi, su cui pende la minaccia di decadenza, e le «colombe» che avevano deciso invece di concedere la fiducia e che ora costituiranno probabilmente un gruppo autonomo.

Raggiungeremo gli «obiettivi» anche «se i numeri di questa maggioranza cambiano». Ne è sicuro il premier Enrico Letta che nella replica al Senato aveva confermato che si «impegnerà con tutte le sue forze» per raggiungere gli obiettivi di Governo illustrati stamattina.

«Saremo impegnati con la massima determinazione a non scadere su soluzioni di basso profilo». Lo aveva garantito il presidente del Consiglio, parlando in Senato. «Mi ha portato qui - ha spiegato Letta - la convinzione che sarebbe stato meglio cadere in piedi che soluzioni di basso profilo».

Per il partito pro Berlusconi avrebbe dovuto parlare Schifani e invece si è presentato l'ex premier che clamorosamente ha cambiato per l'ennesima volta rotta. Berlusconi ha ricordato le condizioni che hanno portato alla nascita del Governo guidato da Enrico Letta con una maggioranza di centrosinistra e di centrodestra. «Credo - ha aggiunto - che noi abbiamo fatto tutto quanto era nelle nostre possibilità di fare, anche perché avevamo la speranza che potesse cambiare il clima di questo nostro Paese che - ha aggiunto il leader del Pdl - qualcuno ha chiamato di guerra civile fredda, verso una sorta di pacificazione di cui credo che ogni Paese civile abbia bisogno. Questa speranza - ha concluso - non l'abbiamo deposta. La conserviamo ancora».

m.sanfilippo

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