Noi de L'Eco gli dobbiamo molto

«Monsignore, quand'è che possiamo invitarla a pranzo?». Don Arrigo ci fissava sorridente con quei suoi grandi occhi, resi ancora più luminosi dalla magrezza del viso, e buttava là una delle sue citazioni latine: «Timeo Danaos et dona ferentes», «Temo i Danai (i giornalisti, nel caso nostro) anche quando portano doni».

Monsignor Arrigoni ci vedeva così: noi cronisti eravamo per lui persone sveglie delle quali ci si poteva fidare, ma fino ad un certo punto. In pubblico meglio tenere una certa distanza di sicurezza. In privato, invece, era affettuoso come un padre: chiamava ciascuno per nome ed era sempre pronto a prendere le nostre difese.

Fra le sue tante passioni c'era anche la stampa e il destino gli aveva messo sulle spalle «L'Eco di Bergamo» e la società editrice in anni di cambiamenti radicali. È stato lui, primo collaboratore del vescovo nel giornale, a favorire l'ingresso dei privati nella proprietà, ad acquisire la «Provincia di Como», a dar vita all'innovativo centro stampa di Erbusco e a fare da scudo alla svolta redazionale portata avanti con coraggio e lungimiranza dal direttore Sergio Borsi.

Quello che don Arrigo consegnò a chi gli succedette fu certamente un «L'Eco di Bergamo» più solido e più forte. E ciò avvenne in un periodo delicatissimo della sua vita, fra un ricovero e l'altro in ospedale. Gravemente malato, subì due trapianti di rene e un trapianto di cuore. Una sofferenza incredibile che non fece mai pesare a nessuno. Quando si poteva fargli visita nei periodi di convalescenza lo trovavamo sereno in poltrona, con il breviario in mano e sempre pronto alla battuta («Mala tempora currunt» era un'altra delle sue massime).

Accanto a lui nei periodi di riposo c'era sempre sua madre, una donna dolce e tenace con una fede solida. Nei fine settimana a Pagazzano, nella casa vicino all'azienda agricola dei fratelli o nell'appartamento di vacanza ad Avolasio in Val Taleggio - luogo d'origine degli Arrigoni -, la signora Emilia e il figlio sacerdote vivevano in perfetta armonia, contenti l'uno dell'altra. L'unico giorno in cui vedemmo triste monsignor Arrigo fu quello del funerale della mamma. Sembrava un prete d'altri tempi, don Arrigoni. Legato alla tradizione e alla liturgia, attento ad ogni dettaglio. Sembrava appunto un prete d'altri tempi, ma si trovava perfettamente a suo agio nel presente.

Un avvocato, poco incline a frequentare chiese, ebbe a dire di lui, dopo un periodo di lavoro comune, che gli era sempre apparso come un uomo che aveva pienamente realizzato la sua vocazione. Prete fino in fondo. Negli ultimi anni, dopo la nomina a parroco della Cattedrale, le sue visite al giornale si erano inevitabilmente diradate. Intatte però sono rimaste l'amicizia e la stima, e quando - per le ragioni più diverse - ci si incontrava, era sempre una gioia ritrovarsi.

Noi lo vedevamo apparire ogni volta più fragile e più esile in quel suo fisico sempre più provato. «Come va?». «Magramente bene», rispondeva. E via con l'ironia sulla pancetta dei giornalisti. A monsignor Arrigoni il nostro giornale deve molto. È stato per noi un amico sincero e una guida. Un giorno, tanto per fare un esempio, un religioso si rese protagonista di un grave fatto di cronaca nera. Come dare la notizia? Con quale evidenza? Metterla o non metterla in prima pagina?

Qualcuno dall'esterno ironizzò: «Vedrete, domani "L'Eco" non pubblica nulla». Don Arrigo ci raggiunse al giornale, volle conoscere i fatti e concluse: «Ragazzi, raccontate la verità. E cercate di farlo mostrando pietà per la vittima e per chi ha sbagliato». Il giorno seguente fu evidente a tutti che qualcosa a «L'Eco» era cambiato. Gli saremo sempre grati per questo.

Ettore Ongis

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