Il «Pedrocchi» è il vanto di Padova
ma il locale «parla» bergamasco

Il «Pedrocchi» è il vanto di Padova ma il locale «parla» bergamasco

"Semplicemente il migliore del mondo”. Parola di George Stendhal. Chissà cosa darebbero i pubblicitari d’oggi per avere un simile testimonial. Un valore aggiunto, inestimabile quanto la ricchezza che racchiude la storia del Caffè Pedrocchi di Padova, un vero e proprio monumento nella città euganea, che ha origini tutte bergamasche.

Per chi vive in Val Seriana, infatti, il nome ha un suono familiare: Pedrocchi è casato ancor’oggi diffuso in Alta Valle, in particolare a Rovetta, dove nacque nel 1719 quel Francesco che ha dato vita al “sogno del Caffé” e il cui viaggio verrà ricordato in occasione della rievocazione storica promossa dal gruppo “L’Era del Novecento”, nell’ambito dell’annuale Sagra della Patata.

“Francesco Pedrocchi – spiega Camillo Pezzoli, presidente del Circolo Culturale Baradello, che ha curato le ricerche - all’età di tredici anni emigrò verso l’allora capitale Venezia, dove altri rovettesi avevano trovato lavoro soprattutto come 'pistori', cioè panettieri. A Padova trovò lavoro presso Pietro Zigno titolare di una piccola bottega da caffè”.

Bergamasco dal cervello fino, Francesco negli anni divenne socio del proprietario e nel 1772 avviò un’attività in proprio. Sposatosi con Angela Pedrinelli ebbe due figli: Francesco che seguì la via degli studi e Antonio che successe nel negozio alla morte del padre, nel 1799.

“Il “Pedrocchi” divenne presto un ristorante – continua Pezzoli – con pranzi squisiti a poco prezzo. Nel 1813 Stendhal vi soggiornò per tutto il mese di luglio e proclamò la frase che avrebbe tracciato un destino: “...è il migliore d’Italia”. Antonio, con avveduta lungimiranza, fece di quel complimento una sfida e nel 1816 commissionò all’architetto veneziano Giuseppe Jappelli il progetto del nuovo Caffè Pedrocchi.

“Fu l’incontro – aggiunge Pezzoli – fra due figure che, ciascuna nel proprio ambito, sapevano miscelare intraprendenza, estro e pionerismo”. L’incontro fra “il caffettiere e l’architetto” (così è stata intitolata una mostra a Padova nel 1981, al termine dei lavori di restauro protrattisi per 20 anni) avvenne nel 1816 e in quindici anni arrivò a produrre un gioiello con ardimenti architettonici che divenne presto l’ombelico della città di Padova e, perchè no, del mondo. Il nuovo stabilimento fu inaugurato nel 1831 e poi affiancato, nel 1836, dal Pedrocchino, il ridotto, elegante costruzione neogotica riservata alla pasticceria.

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