Giovedì 08 Ottobre 2009

La crisi economica in Bergamasca
Il «Fondo» aiuta 2.500 persone

Oltre 650 famiglie colpite dalla crisi economica - per circa 2500 persone, tra adulti e bambini - hanno trovato un aiuto grazie al Fondo famiglia lavoro istituito a Bergamo, iniziativa volta a sostenere situazioni di estrema difficoltà per chi ha perso il lavoro in seguito alla crisi che travolto l'economia planetaria.

Già 400 mila euro sono stati investiti in buoni spesa e pagamento delle bollette di luce e gas, ma anche in forme di microcredito e di reinserimento lavorativo sui due fondi.

Il primo, quello provinciale, è stato istituito su impulso della Diocesi e del vescovo emerito monsignor Roberto Amadei, con una quota iniziale di 300 mila euro e che ha trovato l’adesione della Fondazione Mia (con 200 mila euro), della Banca popolare di Bergamo (con altri 100 mila euro) e dalla solidarietà di tante parrocchie e di oltre 200 sacerdoti che hanno devoluto metà della loro mensilità portando la quota a circa 900 mila euro.

Il fondo cittadino invece ha raggiunto quota 950 mila euro sempre alimentato dal Comune di Bergamo, ma anche da Fondazione Mia e Caritas.

In campo, a livello operativo, si stanno muovendo con il coordinamento della Caritas diocesana bergamasca, anche le conferenze San Vincenzo, i centri di ascolto parrocchiali, i patronati Cisl e Acli, ma anche il Centro diocesano di pastorale sociale e il Consultorio famigliare «Scarpellini».

Intanto settembre resta un mese caldo alla Caritas diocesana bergamasca: le richieste di aiuto continuano e a farsi avanti sono sempre più bergamaschi. «L’80% degli appuntamenti presi nel mese di settembre sono di italiani» conferma Giacomo Angeloni, nel coordinamento del Fondo famiglia lavoro della diocesi «e in generale rispetto a qualche mese fa è raddoppiata la percentuale delle richieste di aiuto degli italiani, il 21% rispetto a quella degli stranieri intorno al 68%. Come abbiamo già avuto modo di dire poi, tra gli stranieri, molti quelli in possesso di cittadinanza, e quindi inseriti nel contesto sociale da almeno dieci anni».

I primi a pagare gli effetti della crisi sono stati dunque gli extracomunitari che in questi anni sono stati impiegati come operai generici nelle fabbriche delle nostre valli magari con contratti a termine o interinali. Ma oggi s’iniziano a sentire anche gli effetti della fine della cassa integrazione per le famiglie bergamasche che sono rimaste a casa senza ammortizzatori sociali.

«Moltissime – spiega Oreste Fratus, che si occupa in particolare dei progetti di microcredito per la Caritas diocesana bergamasca – le cooperative di lavoro che hanno assunto i dipendenti come soci lavoratori. In questo caso non esistono ammortizzatori sociali e il socio resta a casa con lo stipendio a zero». In generale l’identikit del richiedente aiuto è uomo (nel 67% dei casi) e intorno ai quarant’anni (classe 1970).

Per saperne di più leggi L'Eco di Bergamo dell'8 ottobre 2009

fa.tinaglia

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