Aspettando il Land Cruiser si torna in Zimbabwe

BUENOS AIRES (ARGENTINA) - Ok, mi fermo a Buenos Aires, così potrò tentare di esaurire l’argomento Africa prima di pensare alla Patagonia. Ancora una settimana «segregato» in ostello a scrivere, probabilmente dieci giorni in Brasile e rientro a Buenos Aires, in fremente attesa del fuoristrada. Purtroppo la partenza della nave da Cape Town con il prezioso container continua a slittare, era stata già spostata dal 13 al 19 novembre e stamattina ho letto un’e-mail che parla del 23, il che vuol dire che potrò ritirare il Land Cruiser verso il 10 dicembre.

Intanto mi sono informato al consolato italiano, le tasse da pagare sono effettivamente esorbitanti come mi avevano ventilato, ma alla compagnia che curerà per me lo sdoganamento con annessi e connessi ho strappato uno sconto di 80 euro e dunque ne pagherò «soltanto» 1.200 circa. Pazienza. Intanto ho deciso di restare all’ostello El Cachafaz. Non è un paradiso, ma è in centro al città, si spende una miseria e c’è un’atmosfera familiare. Sembra di essere quasi a casa. Una settimana fa sono stato al concerto dei Manu Chao e domenica ho assistito al derby calcistico tra Boca Juniors e Velez Sarsfield alla «Bombonera» (2-0 per il Boca) con Maradona in tribuna vip.

Qui ci sono sempre quasi 30 gradi, anche se di sera c’è fresco e magari piove. Buenos Aires è una metropoli affascinante con spazi enormi, verde a sufficienza, mille ristoranti dove si può gustare fantastica carne a 3 euro e una vita notturna incredibile che si protrae fino all’alba. Abituato a essere sempre on the road, mi sento come un leone in gabbia, ma un po’ di riposo e qualche bisteccona non mi nuoceranno.


Finalmente parliamo di Zimbabwe (qui sopra il confine). Il visto mi è costato 24 euro all’entrata. Parentesi: alla partenza avevo già sul passaporto quelli di Libia, Egitto, Sudan, Etiopia, Kenya e Tanzania, il visto dello Zambia l’hanno applicato al confine per 20 euro, mentre per Botswana, Namibia, Sudafrica e Swaziland è stato sufficiente il passaporto. In più ho pagato 12 euro di carbon tax (una tassa per l’inquinamento prodotto dal mio fuoristrada...) e altrettanti di assicurazione temporanea del veicolo. Avevo convinto l’impiegata che bastava quella italiana, tuttavia ripensando ai problemi avuti in Zambia ho deciso di stipularla. Ma non c’è stata una volta che l’abbia dovuta mostrare alla polizia... I doganieri mi hanno domandato quasi scherzando 8 euro per non controllare il fuoristrada, io ho risposto che non avevo nulla da temere e che non avrei dato loro nemmeno un centesimo e così hanno desistito.

Primo sintomo di una situazione sconcertante: ho cambiato i kwacha dello Zambia in dollari dello Zimbabwe e mi hanno dato soldi come quelli del Monopoli, di carta comune e con una scadenza (qui a fianco). Io ero a conoscenza soltanto del problema del carburante che scarseggiava e temevo la presunta pericolosità del Paese. In Italia mi avevano invitato caldamente di evitarlo ma in realtà non ho mai rischiato la mia incolumità.

Ignoravo invece che ci fosse una crisi economica allucinante. Secondo dato sconcertante: in Africa c’è un numero infinito di venditori ambulanti ai bordi delle strade che offrono frutta, verdura, prodotti di artigianato, pile di legna e sacchi di carbone, sventolano animali ancora vivi da sgozzare, mentre in Zimbabwe ho percorso lunghi tratti nella monotonia e nella desolazione più assoluta senza vedere una persona. Sembrava che fosse stata sganciata una bomba che uccide senza distruggere nulla. Ho scoperto successivamente che era stata seminata anche distruzione e che era una conseguenza della folle politica del presidente Robert Mugabe. In sintesi, Mugabe è stato artefice dell’indipendenza del Paese nel 1980, ma come l’ha costruito e rilanciato lo sta trascinando alla rovina.

Per conservare il potere ha adottato una serie di leggi che stanno letteralmente strangolando la popolazione. Ha confiscato la terra ai bianchi dandola ai veterani di guerra neri che non la sapevano e non la sanno coltivare, così la produzione di quello che una volta era il granaio d’Africa ne ha risentito pesantemente ed è crollato il tenore di vita dei neri stessi. Inoltre Mugabe ha calpestato i diritti umani in tempo di elezioni, attirandosi le sanzioni del mondo occidentale che non ha più investito nel Paese. Conseguenza, non entra più valuta pregiata, lo Zimbabwe è costretto ad importare non essendo più autosufficiente e di conseguenza è nato il mercato nero, l’inflazione è volata alle stelle e a rimetterci è come sempre la povera gente che sopravvive con la polenta.

Nel 2001 un dollaro Usa equivaleva a 50 dollari dello Zimbabwe, in ottobre al fittizio cambio ufficiale ne valeva 26.000, ma al mercato nero si era attestato addirittura a 50.000! E la corsa al rialzo continua. Come se non bastasse, l’ottantunenne Mugabe si è lanciato nella scorsa estate in una fanatica lotta contro l’illegalità, ma quella innocente dei poveri, radendo al suolo tutte le case abusive e vietando il commercio in strada. La gente è atterrita, c’è un sentimento di rassegnazione e chi può se ne va.

Le capanne in muratura con il tetto in paglia sono nascoste, non si vedono dalla strada principale asfaltata che c orre malinconica a ccanto alla vegetazione spoglia, ai campi bruciati. Avvicinandosi alla capitale si vedono i segni del progresso, di un’antica ricchezza, immensi granai semivuoti, fattorie recintate dove ormai i bovini scarseggiano, coltivazioni semiabbandonate.

Resistono ancora diverse farm modello con moderni macchinari, terreni irrigati (mi ha colpito uno splendido aranceto), ma non rappresentano più la normalità. Le piante di jacaranda con i fiori color lilla danno un tocco di vita a una terra triste. Prima di arrivare ad Harare sono incappato nell’autovelox: sono stato fermato e mi hanno mostrato la «pistola» che indicava 71 km orari in un tratto in cui la velocità massima consentita era 60 km/h. Io ho contestato i 71 km/h dicendo che era impossibile che andassi così veloce e il poliziotto mi ha dato via libera senza replicare. Un mistero.

In Zimbabwe avevo l’aggancio del Cesvi, l’organizzazione non governativa italiana che ha la sede centrale a Bergamo ed è presente nel Paese con diversi importanti progetti: lotta all’Aids (contrastando in primis la trasmissione verticale del virus da mamma sieropositiva a bambino) e alla malaria, supporto ai bambini orfani e ai ragazzi di strada, conservazione del rinoceronte, animale a rischio d’estinzione, e creazione di un corridoio di collegamento tra i parchi di Zimbabwe (Gonarezhou), Mozambico (Limpopo) e Sudafrica (Kruger), nell’ottica di un unico parco transfrontaliero. I due ultimi progetti sono destinati a sviluppare aree rurali molto povere. Ad Harare, una città-modello, ma soltanto in apparenza, ho puntato subito sulla sede del Cesvi.

Giuseppe Daconto, quarantenne di Ancona, rappresentante in Zimbabwe dell’ong bergamasca e coordinatore del progetto inerente il parco transfrontaliero, mi ha dato un’infarinatura della situazione, ma i miei piani dipendevano dalla possibilità di rifornirmi di carburante.

Ho dormito le prime tre notti in una villetta con giardino trasformata in guesthouse e frequentata di consueto da tedeschi. Eravamo soltanto in due, ma l’altra persona non l’ho mai vista. Avevamo orari diversi, sentivo soltanto il rumore della lavatrice e di chi veniva la mattina presto a riordinare cucina e bagno. Pagavo 12 euro a notte, ma mi sembrava di essere fuori dal mondo. Così mi sono spostato in una guesthouse vicina al Cesvi e gestita da George (qui sotto), un personaggio solare e positivo: ha studiato economia in Olanda ad Ultrecht e sta costruendo una casa per orfani a Mont Darwin. È stato lui che ha scovato per me al mercato nero 60 litri di diesel (un dollaro Usa al litro), sufficienti per arrivare in Botswana.

Le priorità pratiche erano di reperire carburante e di cambiare i travelers cheque, ma si sono rivelati problemi insormontabili per diversi giorni. Il carburante era una chimera, quando un distributore dava segni di vita si formavano code chilometriche e risalire la fila conquistando il pieno era come vincere un terno al lotto. Il Cesvi naturalmente non poteva cedermi i suoi voucher per rifornirmi in determinati distributori, talvolta non davano carburante nemmeno a loro. Quanto ai soldi, ho girato invano una giornata per tutte le banche possibili e immaginabili, ma nessuno mi cambiava i travelers cheque in dollari Usa che avrei potuto utilizzare per pagare il carburante e i pernottamenti nelle guesthouse e per avere al mercato nero una montagna di soldi del Monopoli (per fare la spesa ce ne vuole una mazzetta).


Per risolvere il problema Giovanni e Silvia (qui sopra con Andrea ed Elisenda), due cooperanti del Cesvi, mi hanno prestato 300 dollari che ho restituito con un bonifico dall’Italia. Il carburante mi ha invece costretto a prolungare la mia permanenza ad Harare di un giorno. Quando mi stavo rassegnando a fermarmi di più, George è corso in mio aiuto.

Lo staff del Cesvi è giovane e ben preparato. Giovanni Campanino, trentunenne brianzolo, supertifoso del Monza, lavorava alla multinazionale francese Alstom, ha usufruito di un’aspettativa di due anni ed è volato ad Harare dove è impiegato nel settore amministrativo. La fidanzata Silvia Bignamini si è laureata in medicina specializzandosi in sanità pubblica e si dedica ai progetti medici coadiuvata da Pamela.

In Zimbabwe c’è pure Andrea Grancini, un trentunenne cooperante bergamasco di Stezzano (a lato con Elisenda). Laureatosi in Economia e Commercio con una tesi su un progetto di microcredito che il Cesvi stava gestendo in Uruguay, lavora per l’ong bergamasca dal 2001 ed è operativo all’ufficio amministrativo di Harare dall’aprile 2004. È stato anche un anno e mezzo in Afghanistan, a Mazar -i-Sharif, vicino al confine ubzeko, per supportare un progetto di assistenza al rimpatrio di rifugiati. Andrea vive con la fidanzata Elisenda, un’austriaca, in un simpatico appartamentino che, prima di essere ristrutturato, era lo spogliatoio della piscina che c’è in giardino.

Il sabato di consueto la famiglia del Cesvi e diversi italiani che abitano ad Harare, tra cui i funzionari dell’ambasciata, trascorrono insieme qualche ora in relax giocando a pallavolo. Dovevo unirmi a loro ma mi sono perso, girando a vuoto con il fuoristrada perché non ricordavo l’indirizzo preciso. Una sera ci siamo infilati in un disco-pub per sentire musica dal vivo, africana ma tendente all’occidentale. Eravamo i soli bianchi. Naturalmente non esistono locali per bianchi e locali per neri, ma in pratica è così, perché le due comunità tendono a non mischiarsi. Così come a vedere le partite di calcio vanno solo i neri, mentre lo sport dei bianchi è il cricket. Lo show della band è stato interrotto perché un chitarrista si è sentito male ed è stato trasportato all’ospedale, ma noi non ci eravamo accorti di nulla.

Due notti le ho trascorse a Mont Darwin, nel nord del Paese. Sono andato con Silvia all’ospedale di Saint Albert. Non abbiamo usato il mio fuoristrada perché avrebbepotuto destare sospetti. I giornalisti non sono assolutamente graditi (per non avere complicazioni io dico sempre di lavorare in posta e lo scrivo sempre sui moduli d’ingresso in un Paese) e così, per non creare nessun problema al Cesvi, non ho scattato fotografie, se non in rari casi di assoluta sicurezza. L’ospedale era semivuoto perché naturalmente senza carburante molti ammalati non potevano muoversi. Di consueto è affollatissimo (qui sopra due bambini in attesa). Silvia mi ha parlato dei gravi problemi nel reperire farmaci anche a causa della profonda crisi economica e mi ha guidato nella visita. Le cifre parlano di 140 posti letto, 3 medici, 40 infermieri, un’ottantina di persone che quotidianamente sono visitate in ambulatorio. I reparti sono quattro: maternità, donne, uomini e bambini. Inoltre ci sono il consultorio, la farmacia, i poliambulatori, i laboratori per analisi molto sofisticate, un centro di riabilitazione e una sala operatoria. L’80% dei ricoverati è sieropositivo (lo Zimbabwe è il terzo Paese al mondo per percentuale di infetti dopo Botswana e Swaziland; il 25% della popolazione è positiva).

Il Cesvi lavora sulla prevenzione offrendo un’assistenza all’avanguardia alle donne sieropositive in attesa di un figlio. Sono curate con la nevirapina che abbassa la carica virale. Per chi si ammala c’è la terapia a base di antiretrovirali. Purtroppo non sono sufficienti per tutti. Sono circa 600 i pazienti in lista d’attesa per avere i farmaci antiretrovirali. All’ospedale la sofferenza si mischiava con la dignità. Mi ha colpito Edson, un diciassettenne ammalato di epilessia che durante una crisi si è bruciato i piedi: l’amputazione è stata inevitabile e quando l’ho incrociato lui aveva lo sguardo perso nel vuoto, come se non vedesse un futuro.

Con un minibus mi sono spostato a Mont Darwin, dove opera Jos Miesen, un olandese di Maastricht. Lui era ancora al lavoro, così ho conosciuto prima Chantal, la sua compagna. Chantal, di padre ruandese e madre ugandese, ha 28 anni e un figlio di dieci nato da una precedente relazione che vive con la nonna in Uganda. Quando esplose il terribile genocidio in Ruanda nella guerra civile tra hutu e tutsi, lei si rifugiò in Tanzania con i genitori, ma i suoi nonni non vollero abbandonare il Ruanda e morirono nella strage. Sogna di lavorare a Londra. Con Jos e una guida locale ho trascorso una giornata ancora più a nord, quasi al confine con il Mozambico in aree rurali dove Jos ha contattato i responsabili sanitari di tre villaggi sensibilizzandoli sulla piaga della malaria e consegnando loro centinaia di zanzariere destinate alla popolazione. In un villaggio c’erano quasi un centinato di persone in attesa di una visita medica: vecchi, giovani emaciati, donne in cinta o con un figlio piccolo, tutti ammassati sotto un tettoia per proteggersi dal sole cocente. A cena, mentre sentivamo alla radio le notizie di Bbc World, Jos mi ha confessato la sua delusione perché la gente che abita in quest’area non concepisce proprio l’idea della zanzariera come strumento utile per combattere la malaria.

Rientrato ad Harare con Jos, ho trascorso una mattinata molto istruttiva con Marcos Villalta (qui a lato con Shephard), un fotografo professionista di 43 anni, nato in Toscana ma emigrato subito in Costarica, che lavora con il Cesvi dal 2004. Marcos, con cui sono entrato immediatamente in sintonia (mi ha inviato per e-mail bellissime fotografie concedendomi di utilizzarle), è il coordinatore per il progetto di prevenzione del disagio sociale negli orfani e nei ragazzi di strada.

Siamo stati alla township di Mbare (sotto), un quartiere degradato alla periferia della città quasi raso al suolo dai caterpillar nell’operazione «Restore order».


Migliaia di persone vivono in minuscole case decrepite, c’è una discarica a cielo aperto con carcasse di macchine, le cui portiere sgangherate sono utilizzate per delimitare poveri orticelli, e i bambini giocano tra i rifiuti e le macerie.

Nel cuore di Mbare c’è un asilo (a sinistra) per un’ottantina di bambini da 0 a 6 anni orfani di genitori morti per Aids. Mi è stata regalata una ciotola che i bambini hanno realizzato con i fogli di giornale. Nel cuore della città siamo invece stati alla Casa del Sorriso, denominata «Streetsahead», dove una quarantina di giovani dai 6 ai 20 anni che vive in strada può rifugiarsi e avere assistenza durante la giornata. Un consultorio, una cucina e una lavanderia sono a loro disposizione e c’è la possibilità di distrarsi conattività ricreative. Molto di loro hanno realizzato, sulle pareti della sede, murales che raccontano storie toccanti e personali, quasi sempre legate all’Aids.

E, dipingendo, hanno scritto i loro sogni. Shephard, un diciassettenne, mi ha illustrato la sua opera. Si vede lui che perde i genitori, morti di Aids, che fruga nella spazzatura cercando cibo, che va a piedi ad Harare e che si salva telefonando al consultorio. Sia l’asilo che «Streetsahead» sono state visitati tempo fa dalle Jene, i pungenti inviati di Mediaset (che ha sponsorizzato la costruzione della Casa del Sorriso).



Il Cesvi coopera anche con il progetto internazionale «Mashambanzou» che, attraverso otto team attivi nelle baraccopoli di Harare, sostiene i malati di Aids e i poveri con assistenza ai malati terminali, cibo e sussidi per la scuola. Due team sono specializzati nell’aiuto ai bambini orfani che sono 2.300 in città.

Avrei voluto avventurarmi nel parco Gonarezhou, ma me l’ha impedito la scarsità di carburante e inoltre mi sarei spostato troppo a est, quasi in Mozambico. Giuseppe Daconto mi ha così esposto il progetto del parco transfrontaliero. Il Cesvi ha lavorato alacremente due anni per la pianificazione territoriale del corridoio, ma ci sono molti problemi da risolvere, come le mine (anche italiane) da eliminare. Il corridoio diventerà area protetta e sarà controllata dalla popolazione locale attraverso una fondazione. Il prossimo passo è di realizzare il piano di gestione, ma c’è sempre l’enorme punto interrogativo determinato dalla crisi ecomonica del Paese. Se continuerà, sarà inevitabile dirottare le risorse in Mozambico e Sudafrica. Come sta già parzialmente avvenendo.

Nella guesthouse di George dormivano anche Antonella Santona, una biologa sarda che stava lavorando a un progetto congiunto delle università di Sassari e Harare, e Sivan, un’israeliana di 24 anni di Tel Aviv. Parlando con Sivan è nata l’idea di dividere le


spese fino a Victoria Falls (dove è stata scattata la fotografia qui sopra, insieme a Marco), ma il viaggio con lei si è prolungato per 22 giorni fino quasi al Sudafrica. I suoi genitori sono emigrati dalla Romania negli anni Settanta per problemi legati alla religione. Lei, dai 18 ai 20 anni, ha prestato servizio militare, obbligatorio anche per il gentil sesso (due anni), ed era in pensiero per il fratello, militare (tre anni) a Be’er Sheva. È una ragazza molto vitale che sa quello che vuole. Vive a Tel Aviv in compagnia del fidanzato e da lui ha appreso la passione per la cucina italiana. Gli studi di medicina, si sta specializzando in ginecologia, la assorbono per quasi tutta la giornata tra teoria e pratica in ospedale. Prima dell’estate lavora per pagarsi le ferie che sono sempre di due mesi e in solitario perché le piace così. Lo scorso anno era stata in India, ma adora l’Africa. Io le ho insegnato un po’ di italiano che ha appreso velocemente. È scettica sulla soluzione del conflitto tra Israele e palestinesi perché continua a essere un muro contro muro. Sulla vita a Tel Aviv, ha detto che si è condannati a convivere con la paura del terrorismo. Quando sale su un mezzo pubblico ha sempre le antenne dritte e, se sale un arabo, scende immediatamente.

Stranamente, più ci allontanavamo dalla capitale, più aumentavano i posti di blocco. Controlli dei documenti e dell’interno del fuoristrada, domande ridicole («Avete armi a fuoco?» la più gettonata). «Incredibile, nemmeno fossimo a Tel Aviv» ha commentato Sivan. La prima notte ci siamo fermati a Bulawayo.

Dopo aver vagato un’ora abbiamo scoperto per caso un bed and breakfast, l’Entabeni Lodge, in una stradina alla periferia della città. Per il momento si è rivelato la sistemazione più bella del viaggio nel rapporto qualità-prezzo.Una splendida camera doppia arredata con classe, con una stanzetta per il guardaroba e un bagno piastrellato è costata 14 euro in totale, compresa una ricca colazione consumata nel parco con piscina.

Sulla strada per Victoria Falls una catena quasi ininterrotta di terreno bruciato, ci siamo dovuti fermare per attendere che il fumo causato un incendio si allontanasse dalla strada. Ci hanno ancora bloccato, una volta a causa di un cordone sanitario, ma si sono limitati a domandarci se avevamo sul fuoristrada cibo che avrebbe potuto essere contaminato.


A Victoria Falls abbiamo dormito in un appartamento con due camere da letto, bagno, cucina e soggiorno. La prima giornata l’abbiamo dedicata alla visita delle cascate Vittoria al confine con lo Zambia. Dallo Zimbabwe si vedono di fronte, dallo Zambia dall’alto. Una delle più belle meraviglie al mondo: 122 metri di altezza (il salto principale), 1.700 metri di sviluppo orizzontale (ora meno essendo stagione secca), 5 milioni di metri cubi d’acqua al minuto durante le piene.


Uno spettacolo indimenticabile circondato dalla vegetazione, una forza della natura impressionante. Ci sono diversi punti di osservazione e le cascate sono così impetuose che la saturazione di vapore acqueo produce nuvolette ed estemporanee pioggerelline a centinaia di metri di distanza rinfrescando i turisti sulle passerelle.


Per cena Sivan ha cucinato una pastasciutta e io ho dato il mio onesto contributo mangiandola.... La mattina dopo abbiamo partecipato a un rafting sullo Zambesi, come ho già raccontato sul giornale. Purtroppo non ho foto perché è impossibile usare la macchina digitale durante l’avventura in gommone. Il rafting sullo Zambesi (qui a lato un tratto del fiume) è considerato il più selvaggio ed emozionante al mondo, tra quelli inclusi nei tour turistici e così è stato. Una scarica di adrenalina, anche se sono garantite elevate condizioni di sicurezza. A Victoria Falls si possono praticare molti sport estremi. Sivan era tentata dal bungi jumping (un volo di 111 metri dal ponte sullo Zambesi), ma l’ho dissuasa. Durante il rafting sono finito in acqua tre volte (alla rapida 4, soprannominata «mattino di gloria», alla 8 «cena di zanotte» e alla 12b «le tre brutte sorelle») un paio di rapide (la 12c e la 13, «la madre») le ho attraversate in balia delle onde aggrappato alla corda esterna del gommone, mi sono lievemente ferito a un piede e a un gomito, ho perso una collanina tuareg alla quale ero affezionato, ma la rapida numero 18, la più terribile («oblio»: una triplice onda), l’ho superata indenne con il resto dell’equipaggio di mezzo mondo (eravamo in sei più la guida).

Piombare nel cuore della rapida con il gommone è come finire in lavatrice: si pagaia annaspando finché si può e si spera di aver centrato la via giusta per essere trascinati dalla corrente fuori dal vortice. In caso contrario ci si ribalta. Scesi dal gommone abbiamo dovuto scalare per quasi un’ora la gola e io ho maledetto i miei infradito. In cima mi sono ripreso con quattro o cinque lattine di birra.

Il giorno dopo siamo entrati in Botswana e al confine ci sono state le comiche.

Marco Sanfilippo

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