Berlusconi non vota le «sue» riforme

Berlusconi non vota
le «sue» riforme

Martedì nell’aula di Montecitorio si sono viste le prime conseguenze della rottura del patto del Nazareno. Chiamata a riprendere l’esame della riforma costituzionale, l’assemblea dei deputati non è riuscita ad andare oltre alcuni preliminari, tra i quali le dimissioni del relatore forzista Sisto, e poi è precipitata nel caos: disordini, faldoni che volavano, espulsione di parlamentari più focosi di altri, sospensione della seduta, rinvio.

Il capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta, da sempre fieramente contrario all’intesa tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, ha potuto sfogare tutta la sua animosità verso le riforme fin qui esaminate. E pazienza se quelle riforme sono state scritte con il concorso dei deputati berlusconiani (tra i quali proprio Sisto che ha confessato il proprio «dolore» nel rassegnare le dimissioni da relatore): adesso ci riprendiamo la nostra libertà ha detto ad alta voce Brunetta inaugurando la stagione ostruzionistica di Forza Italia. Alle agitazioni degli azzurri si sono uniti, e anzi distinguendosi, anche i loro colleghi di Sel e del Movimento Cinque Stelle, tutti lieti di mandare all’aria le riforme costituzionali targate Nazareno.

Bene, tutto questo è accaduto a Montecitorio, dove il partito democratico e i suoi alleati di governo godono di una larghissima maggioranza e di un vantaggio invidiabile. Ma cosa accadrà al Senato dove, tanto per fare un esempio, la legge di Stabilità è stata approvata con un solo voto di margine sulle opposizioni? È una domanda legittima cui però né il Pd né Renzi hanno intenzione di rispondere. Il mantra ripetuto di fronte ad ogni microfono o taccuino è: «Noi andiamo avanti comunque, facciamo il bene del Paese, se Forza Italia si vuole rimangiare le riforme che ha contribuito a scrivere, buon appetito, giudicheranno gli elettori».

Messa così, la legislatura non appare più così duratura come il premier ha sempre detto (scarsamente creduto) di volerla immaginare. E tuttavia è così che la sta trasformando la svolta di Berlusconi e di Forza Italia, votati all’opposizione totale dopo lo schiaffo ricevuto con l’elezione di Mattarella. Ora, a prescindere dal fatto che responsabilità di quello schiaffo è in parte anche degli errori dello stesso Berlusconi, resta che questo è il nuovo, precario equilibrio in cui si trova Renzi. Non dissimile, a pensarci, da quello che paralizzò ben presto il cammino di Enrico Letta tanto che il Pd ne decretò l’anticipata fine. Renzi non è tipo da rimanere fermo nella palude però l’impressione è che questa volta stia correndo un rischio più grande del solito.

Bisognerà vedere naturalmente quanto durerà la linea dura berlusconiana; quanto l’ex Cavaliere potrà resistere lontano dal tavolo dove si prendono le decisioni, e quali contromisure potranno essere prese a palazzo Chigi per piegarne la volontà. Abbiamo già visto la misura sul canone delle frequenze tv che penalizza Mediaset; ora aspettiamo la decisione su quella soglia di impunibilità per i reati di frode fiscale che fu ritirata precipitosamente dal governo quando un giornale ne denunciò l’eccessivo favore verso Berlusconi, e che non si sa se e come potrebbe rivedere la luce. Altre cose potrebbero arrivare, per esempio sul falso in bilancio.

Un altro elemento da valutare è quanto potrà reggere questa diffidente intesa tra Forza Italia e la Lega. Matteo Salvini non è facilmente imprigionabile in questa fase, ha il vento dalla sua e non intende farsi affossare dal passato. Se Berlusconi pensa ad una riedizione sic et simpliciter della vecchia intesa con Bossi rischia di illudersi e di essere presto deluso.

Siamo dunque di fronte ad una situazione di nuovo precaria. Il patto del Nazareno garantiva una certa stabilità che ora sembra non esserci più. La prima vittima di questa situazione potrebbe essere il cammino riformatore. Ma l’ennesimo buco nell’acqua, dopo decenni – decenni! – di tentativi sarebbe francamente insopportabile.


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