Venerdì 03 Dicembre 2004

Evasione, la guardia vuol patteggiare

Si profila un patteggiamento per Raffaele Di Simone, l’ex assistente di polizia penitenziaria che due mesi fa fece evadere dal carcere di via Gleno il rapinatore Max Leitner e l’omicida Emanuele Radosta. Il pubblico ministero Angelo Tibaldi ha firmato il consenso alla proposta di applicazione pena avanzata dal legale della guardia, l’avvocato Barbara Bruni: due anni e sette mesi di reclusione è l’accordo raggiunto tra il difensore e il magistrato inquirente.

Ora la parola passa al giudice per le indagini preliminari, che dovrà decidere se accogliere o meno il patteggiamento. Se la risposta del gip sarà positiva, Di Simone vedrà chiuso in brevissimo tempo il suo conto con la giustizia. In caso contrario, per l’ex assistente si aprirà un processo davanti al collegio. Due le accuse: procurata evasione e corruzione. La prima per aver aiutato i due detenuti a fuggire, la seconda perché lo avrebbe fatto dietro la promessa di una ricompensa in denaro da parte di alcuni amici degli stessi. La cifra di questa tangente, che la guardia ha sempre sostenuto di non aver incassato, non fu mai quantificata: alcune indiscrezioni circolate nei giorni successivi all’evasione fecero riferimento a trecento mila euro, ma di questa somma non v’è alcuna traccia nelle carte del procedimento.

Su questa vicenda, di fatto, resta agli atti soltanto la verità di Raffaele Di Simone, resa in una confessione al pubblico ministero a meno di ventiquattro ore dall’evasione di Leitner e Radosta, avvenuta nella notte tra il 14 e il 15 ottobre scorso.

Fu la guardia – nata 32 anni fa a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, e residente a Seriate – a raccontare come e perché aveva fatto fuggire i due detenuti, che erano rinchiusi nella sesta sezione della casa circondariale, quella ad alta sicurezza: Leitner, 45 anni, originario di Bressanone, considerato un boss delle rapine e anche delle evasioni (quella dell’ottobre scorso è stata la sua quarta fuga da un carcere), era in via Gleno da circa un anno e doveva scontare una condanna fino al 2012; Radosta, invece, si trovava a Bergamo dal 2000 e la sua fine pena, per due omicidi di mafia consumati nell’Agrigentino, era fissata al 2054.

L’altoatesino era detenuto da solo, il siciliano con un compagno. L’ex assistente spiegò di aver aperto le loro celle mentre era in servizio nella sesta sezione, di averli condotti fino al muro di cinta attraverso un percorso che evitasse l’incontro con altri agenti e, infine, di averli aiutati a scavalcare la recinzione con una scaletta da rocciatore che – disse Di Simone al magistrato – si sarebbe ritrovato un giorno nel giardino di casa, fatta pervenire dagli amici dei due evasi. La fuga fu scoperta la mattina successiva: nelle brande, al posto dei detenuti, c’erano lenzuola ammucchiate a formare la sagoma di due fantocci.Per quale motivo la guardia aiutò Leitner e Radosta? Anche qui c’è la parola dell’ex assistente. Per soldi. O meglio, per la promessa di soldi. Una cifra mai precisata che i complici degli evasi gli avrebbero garantito ma che lui – è quanto riferì durante la confessione – non vide mai. Di più: Di Simone svelò agli inquirenti di aver ricevuto minacce, mai rese esplicite, pressioni da parte di un non meglio identificato gruppo di persone vicine agli evasi, che lo avrebbero convinto ad accettare l’accordo: soldi in cambio della fuga dei due detenuti. A questa circostanza, però, gli inquirenti hanno sempre dato poco credito.

Di Leitner e Radosta si sono perse le tracce. Soltanto il rapinatore altoatesino è tornato a farsi vivo qualche tempo fa con una lettera inviata al suo avvocato, nella quale proclamava la sua fattiva collaborazione con la giustizia in Alto Adige per l’individuazione di ordigni esplosivi disseminati dai separatisti.

(03/12/2004)

fa.tinaglia

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