Mercoledì 03 Maggio 2006

La vetta dell’Aconcagua e lo stretto di Magellano

BOGOTA’ (COLOMBIA) - Sono sempre confinato in Sudamerica, ma perlomeno all’orizzonte intravedo l’America Centrale. Ho infilato personalmente il fuoristrada in un container al porto La Guaira di Caracas dopo un’odissea burocratica e un controllo antidroga tanto sbandierato ma inesistente. Rivedrò il Land Cruiser a Panama nellaprima settimana di maggio perché la traversata su una nave cargo durerà nove giorni con sosta in Colombia e in più devo calcolare l’incognita dogana.

Ho ingannato l’attesa nella splendida città coloniale colombiana di Cartagena (ci sono arrivato via terra) e da Bogotà, dove ho tentato vanamente d’intervistare l’ex atalantino Valenciano, e volerò a Panama. Ai tifosi nerazzurri sembrerà impossibile, ma «Cicciobello» Valenciano (che in Colombia chiamano «El Gordo», il ciccione, nonostante sia incredibilmente il più prolifico cannoniere della storia del campionato colombiano con 220 gol) si è rivelato più un bidone nel dare appuntamenti che nel calciare a rete. Per rincorrerlo ho perso due giorni, sono volato da Cartagena a Bogotà, eppure Valenciano - ormai ritiratosi a 34 anni - si è inventato mille scuse al telefono per rimangiarsi la parola.

Perché non ho imbarcato il fuoristrada in Colombia? Perché l’ambasciata italiana in Venezuela mi ha invitato a non entrare in Colombia con il Land Cruiser, che sembra l’auto prediletta dai narcotrafficanti e dai guerriglieri (ma in realtà la situazione nel Paese si è abbastanza normalizzata), e perché a Caracas ho potuto avvalermi del prezioso supporto della Trasporti Mediolanum, compagnia che ho scoperto conoscendo Giovanni Cappellin, un imprenditore milanese con diverse attività in Venezuela. Titolare della Trasporti Mediolanum è la moglie, Lidia Bruttini, e Cappellin è stato molto gentile allertando Carolina e Margarita, due dipendenti, che hanno curato praticamente gratis diverse pratiche inerenti la spedizione del fuoristrada.

Risolto il problema della mancanza di collegamenti terrestri tra Sudamerica e America Centrale (la Panamericana muore temporaneamente in Colombia), se ne sta presentando uno nuovo, enorme. Vi avevo già accennato al mio ritardo, che si sta dilatando sempre di più, e ai costi esorbitanti. Per ridurre entrambi ho deciso di saltare l’Australia (che visiterò senza fuoristrada, magari abbinandola a un’isola del Pacifico) e di inviare direttamente il Land Cruiser da una città statunitense ancora da individuare (possibilmente Anchorage, in Alaska, o Seattle) all’India. Solo che l’itinerario che avevo studiato sulla carta prima della partenza (India, Nepal, Cina, Mongolia, Russia) sembra che non si possa tramutare in realtà per l’impossibilità di avere un visto singolo d’entrata in Cina con il fuoristrada. Ne 2001 ne avevo avuto uno, nel 2006 l’impresa pare molto più ardua. Così sono ancora in un vicolo cieco. Con l’aiuto di Vittorio Kulczycki, deus ex machina di Avventure nel mondo, sto vedendo di inventare una soluzione. Ma un pensiero in meno l’ho: considerato che l’Inter, vomitevole, è stata eliminata dalla Champions League, non devo più mantenere la promessa di rientrare in Europa per vedere la finale a Parigi.

Per un weekend ho potuto comunque dimenticare l’oceano di interrogativi, trascorrendo il giorno di Pasqua in un paradiso venezuelano dei Caraibi: Cayo Sombrero, un’isoletta nel parco nazionale di Morrocoy (300 km a ovest di Caracas) con la spiaggia bianca, prodotta da minuscoli pezzettini di corallo, e con l’acqua verde, azzurra, blu, di una trasparenza assoluta.

Dal Venezuela mi riallaccio all’Argentina. Da Buenos Aires a Mendoza ci sono 1.100 km con coltivazioni e un patrimonio zootecnico immensi, anche se le «estanzcias» e i bovini dalla strada non si vedono. Un antipasto di Pampa. Ho spezzato il viaggio fermandomi in un motel a Juan B. Alberdi, cittadina anonima. Mi è stata mostrata una camera spettacolare con letto matrimoniale circolare, specchi dappertutto e arredamento soft (in Sudamerica il motel è un’istituzione), ma ero solo, ho optato per una camera dignitosa che costava la metà.

Nicola mi attendeva in un ostello a Mendoza, che è un’ottima base per conoscere isegreti delle montagne andine, tra cui l’Aconcagua (la vetta più alta più alta del Sudamerica con i suoi 6.962 metri) ed è la capitale argentina del vino: il Melbec di Lujan de Cuyo è uno dei più famosi e rinomati del mondo. Una sua caratteristica sono i viali alberati: le piante spuntano dall’asfalto ma le loro radici ricevono acqua da canali sotterranei. Nei quindici giorni trascorsi a Mendoza e dintorni, Nicola aveva conosciuto Luis, un quarantenne argentino, mezza guida e mezzo filantropo (aveva soldi da investire ma un lavoro, se l’aveva, misterioso), che ci ha ventilato l’idea di un trekking morbido nel parco dell’Aconcagua, quasi al confine con il Cile. Lui sarebbe stato la nostra guida senza pretendere nessuna ricompensa. L’Aconcagua non era nei miei programmi originari, anche perché Mendoza non doveva essere una tappa del raid, ma eravamo lì, sarebbe stato un peccato rinunciare. Avremmo limitato la nostra permanenza a Santiago. Il problema era che i permessi per i trekking con la presentazione del passaporto dovevano essere rilasciati a Mendoza, ma Stefano non era ancora con noi. E sarebbe stata una perdita di tempo dover rientrare a Mendoza, quando da Santiago potevamo puntare subito sull’Aconcagua.

In via straordinaria ci hanno consentito di regolare la pratica permessi per il trekking corto di tre giorni direttamente all’entrata del parco. In ostello abbiamo conosciuto un fiorentino di 33 anni che, come Nicola, lavora quel tanto da poter viaggiare in economia per più di sei mesi all’anno. Lui ha scoperto di poter campare liberamente vendendo collanine nei festival reagge di tutta Europa. I suoi viaggi hanno come principale obiettivo studiare e documentare la lotta dei campesinos in Sudamerica e in Messico: era già stato come volontario nel Chiapas. Un personaggio interessante, purtroppo ha scritto la sua e-mail in modo incomprensibile, cosicché non sono stato più in grado di contattarlo. Almeno per mesi. Perché il mondo è piccolo. Nicola ha conosciuto in Colombia un altro italiano che aveva intercettato il fiorentino e così ha recuperato l’e-mail giusta che mi ha inviato.

Da Mendoza a Santiago. Abbiamo superato il confine nel passo andino de la Cumbrea 3.832 metri. Sui tornanti non c’era neve, sulle montagne sì. È assolutamente vietato importare in Cile frutta, insaccati e carne che potrebbero essere contaminati. Il Cile ha la barriera delle Ande come formidabile scudo naturale e completa così la sua difesa.

Noi avevamo nel frigoriferino una mela e un panino al prosciutto, quando abbiamo compilato il formulario abbiamo negato di averli, ma non con l’intento di fare i furbi, bensì perché pensavamo che fossero ininfluenti, tanto che non ci siamo nemmeno preoccupati di nasconderli. Il fuoristrada è stato ispezionato e la mela e il panino sono saltati fuori. Ci volevano affibbiare una forte multa che abbiamo scongiurato, ma la merenda ci è stata confiscata. Per fortuna che le banane-radio non sono commestibili.... A proposito di banane-radio, ricordate che in Tunisia mi avevano quasi scambiato per contrabbandiere quando avevo dichiarato di averne una ventina? Mi sono accorto che uno dei miei sponsor ne aveva infilate addirittura più di quaranta nello scatolone. Le ho regalate quasi tutte alla missione di padre Fulgenzio Cortesi in Tanzania, me ne sono rimaste ancora cinque o sei.

La notizia positiva avuta al confine è che in Argentina e Cile avrei potuto salvare le pagine del carnet de passages (vi avevo scritto che temevo che non fossero sufficienti), in quanto l’importazione temporanea di un veicolo si può documentare su un apposito modulo disponibile in dogana. Un modulo provvidenziale considerato che in totale ho superato per nove volte il confine tra i due Paesi.

A Santiago (qui a lato) avevamo appuntamento con Stefano (sotto col suo pesantissimo zaino) nel suo hotel, si è formato così il trio. Abbiamo dormito nella capitale cilena soltanto una notte, la mattina dopo abbiamo fatto scorta di provviste e puntato di nuovo sull’Argentina. Di Santiago, che peraltro io e Nicola non abbiamo visitato, mi è rimasto impresso lo smog terrificante prodotto dai malridotti pullman cittadini.
Luis ci attendeva al Puente del Inca, la porta d’ingresso all’Aconcagua, dove abbiamo scambiato qualche impressione con due italiani in tour per il Sudamerica con moto Bmw importate via cargo. Avevano una bandiera tricolore che ho firmato per ricordo. Il tricolore, io me lo sono scordato a casa. Sono stati i primi di una serie di viaggiatori motorizzati che ho avuto il piacere d’incontrare in Sudamerica.

All’entrata del parco abbiamo pagato il permesso per il trekking di tre giorni (40 euro) e ci è stato consegnato un sacchetto di plastica numerato dove riporre i rifiuti. Se non l’avessimo riconsegnato al ritorno avremmo dovuto pagare una multa di 80 euro. L’Aconcagua è la più alta vetta del mondo al di fuori dell’Asia ed è considerato un piccolo ottomila per le avverse condizioni ambientali e meteorologiche: ci sono poca umidità, bassa presenza di ossigeno (meno che alla stessa altezza sull’Himalaya) e venti forti. La sua parete sud, quasi 3.000 metri in verticale di ghiacciai e roccia, costituisce un osso duro anche per alpinisti professionisti. Naturalmente non era pane per i nostri denti. Noi ci siamo limitati a tre giorni di camminate con un paio di canaloni ghiacciati da superare, nulla di straordinario. La prima giornata prevedeva il balzo dai 2.850 metri dell’entrata ai 3.300 della Confluencia con diversi saliscendi. È stata una tappa abbastanza stancante, anche perché io avevo sulle spalle la tenda (Nicola era invece l’incaricato di trasportare il vino), ma non dura, tanto che abbiamo impiegato circa 3,5 ore invece delle 4,5 canoniche.

Dopo cinque minuti c’è la laguna Horcones con minuscoli laghetti blu incastonati nel verde e nel giallo dei fiori. Si costeggia il fiume Horcones che si ha sulla destra e, dopo l’attraversamento di un ponte, a sinistra. La vegetazione è costituita da arbusti bassi, animali non ne abbiamo notati. La Confluencia, così chiamata perché inun punto sottostante si uniscono il rio Horcones superiore e quello inferiore, è un accampamento in un’area suggestiva tra le montagne dove si può dormire in tenda e ci sono un centro di ristoro, acqua e bagni molto spartani. Che bisogna utilizzare. Se un guardiaparco avvista qualcuno che fa pipì in giro lo multa di 80 euro. Cena a base di panini con salumi e formaggio, scatolette di tonno e carne e minestrina in brodo preparata con il fornellino. A nanna verso le dieci di sera. Di notte la temperatura è scesa a zero gradi, tanto che sulla tenda si è formato un leggero strato di ghiaccio. Il secondo giorno dovevamo saltare dai 3.300 metri della Confluencia ai 4.200 di Plaza Francia, che è il campo base per chi tenta la scalata alla parete sud.

Sono circa 5 ore di cammino. Nonostante fossi molto più leggero, perché la tenda era rimasta montata alla Confluencia, per me è stata una tappa faticosa. Le gambe erano pesanti, non avevo il giusto ritmo. Il quartetto si è diviso, Luis e Stefano sono andati in fuga, io e Nicola siamo saliti al rallentatore. Splendeva il sole, ma quando soffiava il vento la temperatura si abbassava sensibilmente. La vegetazione si è progressivamente diradata fino a scomparire quasi ai 4.000 metri. Il paesaggio è diventato a tratti lunare, soprattutto quando abbiamo camminato nel letto asciutto del rio Horcones inferiore, e segnato da curiose formazioni di ghiaccio. Quando io e Nicola (più in alto, vicino alle tende)siamo arrivati a 4.100 metri, dopo quasi 4 ore e davanti avevamo lo spettacolo della superba parete sud, da dove abbiamo visto staccarsi una valanga, abbiamo deciso di fermarci senza raggiungere Plaza Francia che era 100 metri più in alto.

Abbiamo atteso lì che Luis e Stefano scendessero da Plaza Francia. In totale sono state circa 8 ore di scarpinata. Seconda notte ancora alla Confluencia e il terzo giorno siamo ridiscesi. Ci siamo fermati al Puente del Inca per una birretta ristoratrice. Non sapevo che il nome del villaggio indicasse una meraviglia nascosta, è stata un’emozione inattesa e mozzafiato. Descrivere questo intreccio di natura e operadell’uomo è quasi impossibile, osservate la fotografia. La leggenda dice che un capo inca, in pena per un figlio malato, seppe che lontano dal suo villaggio esisteva una sorgente termale, le cui acque avevano un grande potere curativo. Intraprese un viaggio pericoloso, ma quando giunse quasi a destinazione un burrone, che dava sul rio de Las Cuevas, lo separava dalle sorgenti. I guerrieri che erano con lui formarono un ponte umano per consentire al capo e al figlio di passare. La guarigione fu istantanea e miracolosa. Quando il capo inca ritornò indietro vide che i suoi guerrieri si erano trasformati in roccia, era nato il Puente del Inca.

Nel XVIII secolo era una tappa per attraversare le Ande a dorso di mulo, ci voleva una settimana e si rischiava il congelamento. Con la ferrovia transandina, ancora visibile ma ormai in disuso, i tempi si accorciarono notevolmente. Nel 1925 venne costruito un hotel che si integrava nella strana formazione rocciosa, di un colore tendente all’arancione; ogni camera aveva il suo bagno termale. Nel 1965 l’hotel è stato distrutto da una valanga e mai più ricostruito. Ora è abbandonato, ma il prodigio nella natura è rimasto e con lui la sua magia.

Siamo rientrati a Mendoza con Luis e nel fuoristrada non ci stava più uno spillo, non vedevo un centimetro quadrato del lunotto posteriore. Da Mendoza a Neuquen. È stata una sensazione strana ma rassicurante guidare avendo le Ande come riferimento, sulla destra, per molti chilometri. Abbiamo attraversato la Pampa puntando verso la Patagonia. Non sapevamo quale fosse esattamente il punto in cui la Pampa cede il testimone alla Patagonia descritta in modo incomparabile da Chatwin e più recentemente da Sepulveda e teatro delle esplorazioni scientifiche di Darwin.

Quando, prima di Neuquen, abbiamo superato un controllo sanitario e all’improvviso,dopo un curvone, si è materializzato davanti a noi un panorama diverso con verde, laghetti e alberi, abbiamo pensato che fosse il primo, inatteso regalo della Patagonia.

La visione è comunque durata cinque minuti e all’orizzonte, al tramonto, sono comparse trivelle petrolifere. A Neuquen ci siamo immersi nel clima
festaiolo delle piazze perché il Boca Juniors, la squadra di Buenos Aires più amata in Argentina, aveva vinto ai rigori la Coppa sudamericana, l’equivalente della Coppa Uefa, contro un rivale messicano, match che abbiamo visto in televisione in una pizzeria.

In realtà si entra in Patagonia quando si supera il rio Negro, a sud di Neuquen, come ci ha raccontato un poliziotto in un posto di controllo subito dopo il ponte che segna il confine. È incredibile come il fiume divida un’area verde dal nulla. Se la Patagonia può essere definita il nulla. Abbiamo stappato una bottiglia di vino e abbracciato una steppa, quasi un deserto semiarido, incui erba, arbusti e fiorellini gialli cuociono sotto il sole di un cielo enorme o sono piegati dal vento, in cui si nascondono guanachi impauriti, mentre sullo sterrato inesorabilmente diritto, che sembra infinito, si affacciano armadilli curiosi.


La presenza dell’uomo è rarissima, testimoniata da qualche camion che solleva una nube di polvere e indirettamente da cancelli di legno che danno su piste che si perdono nell’orizzonte. Un nulla straordinariamente grande che è anche un tutto. Un nulla simboleggiato da Sierra Colorada, un paesino da Far West in cui ci siamo fermati una notte dormendo in una pensione-trattoria-stazione dei pullman-punto telefonico, emblema di una realtà che viaggia a ritmi sonnolenti e che è preistoria se pensiamo al mondo occidentale, ma è vita, vita vera, senza fronzoli.

Siamo risbucati sull’asfalto che eravamo quasi sull’Atlantico nella nostra rotta verso sud-est. Puerto Madryn è stata la base per visitare la penisola di Valdes, nota per essere un’imperdibile riserva faunistica.

Purtroppo non abbiamo potuto vedere le balene e le orche, le ultime se ne erano andate una quindicina di giorni prima. Le balene franche australi partoriscono nelle acque tranquille dei due golfi, ma a fine novembre emigrano. Ci siamo consolati con lo scheletro di una balena conservato nel museo e con pinguini, elefanti marini e leoni marini, tutti in ottima salute, osservati nei 400 km di percorso circolare, sterrato al 50%. Una fauna immersa in una natura incontaminata, in una Patagonia marina.

Gli elefanti marini appartengono alla famiglia delle foche, il maschio adulto ha il pelo grigio, può pesare anche due tonnellate e mezzo ed essere lungo cinque metri. I leoni marini sono invece otarie, di dimensioni più ridotte (300 kg per 2,5 metri), di colore marrone scuro e, parliamo sempre di maschi adulti, hanno la criniera.

Come ho già sinteticamente raccontato in una vecchia puntata, Natale l’abbiamo trascorso a Ushuaia, per arrivarci all’antivigilia abbiamo deciso di sorbirci un tappone unico da Puerto Madryn. Eravamo in tre e, alternandoci alla guida, non avremmo avuto problemi per percorrere 1.850 km (260 sterrati). E così è stato. Ce li siamo sciroppati in 27 ore. È stata la maggiore distanza coperta in un arco così breve di tempo nel corso di tutto il raid. Partenza a mezzogiorno, direzione sud sulla strada nazionale numero 3. Nulla da segnalare, è la Patagonia meno attraente. Verso le dieci di sera ci siamo fermati per cenare in una pizzeria a Port San Julian. A mezzanotte eravamo ancora in viaggio. Alle 5,30 della mattina successiva colazione e rifornimento in una stazione di servizio a Rio Gallegos.

La strada per Ushuaia, che è in Argentina, passa per il Cile, non ci sono alternative. Alle 6,30 eravamo al confine di Monte Aymond e non c’era nessuno. Abbiamo continuato pensando che ci fossero controlli unificati Argentina-Cile più avanti, Non era così.

Abbiamo attraversato con un traghetto lo stretto di Magellano da Punta Delgada a Punta Espora approdando nella Tierra del Fuego (tratto cileno quasi tutto sterrato) e a San Sebastian siamo rientrati in Argentina. Qui è saltato fuori che sul passaporto non avevamo il timbro di uscita dall’Argentina. La comprensione dei funzionari dell’ufficio immigrazione ci ha evitato guai. La Tierra del Fuego, che è un arcipelago separato dal resto del continente sudamericano dallo stretto di Magellano ed è considerata un prolungamento della Patagonia, anche se è molto diversa da quella che avevamo visitato, mi ha subito intrigato.

La Patagonia occidentale (con Bariloche, Fitz Roy e il ghiacciaio del Perito Moreno) è uno spettacolo unico, che vi racconterò, mentre la Patagonia centrale e orientale si è rivelata interessante per la sua dimensione spaziale e per la sua affascinante desolazione, ma in diversi suoi tratti è indiscutibilmente triste e monotona. La Tierra del Fuego, invece, ci ha regalato subito praterie, foreste, laghi e ghiacciai.


Molti alberi sono peraltro morti (le cause sono molteplici: un fungo parassita, castori e incendi), il che dà al paesaggio una sfumatura spettrale. Finalmente Ushuaia (più sopra una foto del porto), uno dei sogni realizzati del raid. Vissuta proprio nei giorni in cui il sole splende per il maggior numero di ore, quasi 19 (prime luci dell’alba alle 4 e tramonto dopo le 23), e la temperatura non scende quasi mai sotto lo zero, nonostante soltanto un migliaio di chilometri la separino dai primi ghiacci dell’Antartide. Ushuaia, incastonata tra le montagne e il mare e con ancora numerose case in lamiera colorata, è considerata la città più a sud del mondo; in realtà il primato è di Puerto Williams, in territorio cileno, al di là del canale Beagle, che peraltrooriginariamente era soltanto una base militare. Avrei voluto arrivare a Puerto Williams e percorrere la stradina che va fin dove poi non si può più andare, verso la fine del mondo, ma non esistono collegamenti tra Ushuaia e Puerto Williams, si può domandare uno strappo a qualche pescatore in barca, ma comunque non è possibile trasportare l’auto.
Ushuaia è un porto di mare, anche perché è una delle tappe immancabili sulla rotta diavventurieri e viaggiatori che si godono il Sudamerica in motocicletta o in fuoristrada. Come una coppia cinquantenne di polacchi che stava girando il mondo con una moto Bmw. A Ushuaia, abbiamo conosciuto in un ostello Luca Cudini, un bergamasco di Zingonia che fa il maestro di tennis a Stezzano. Era reduce da una settimana in barca a vela. L’abbiamo incrociato di nuovo quindici giorni dopo sui sentieri di montagna durante il trekking al Fitz Roy.

Vigilia di Natale dedicata all’osservazione della corsa all’ultimo regalo e all’escursionenel canale Beagle che unisce Atlantico e Pacifico, come lo stretto di Magellano. Navigazione fino al faro di Les Eclaireurs, il simbolo di Ushuaia, con soste al ritorno vicino a isolotti popolati da leoni marini e cormorani e visita all’isola Bridges, da dove si gode una magnifica vista del canale e si ha la sensazione di essere davvero ai confini del mondo. In questo tratto di mare muoiono le Ande. Una volte le isole del canale Beagle erano abitate dalle popolazioni aborigene, prevalentemente tribù di Yamanas. Nonostante le temperature polari, giravano praticamente nudi e, per resistere al freddo, si cospargevano il corpo di grasso di animale. Le radure circolari che si vedono corrispondono a quelle che erano le loro sale da pranzo e i bordi rialzati non sono altro che i resti del cibo, ossa e rifiuti accumulatisi nel tempo.

Sull’isola c’è una flora unica al mondo. Pensavo di avere nello zainetto la macchina fotografica e invece l’avevo scordata in ostello. Stavo ammirando meraviglie che magari non avrei più rivisto e non potevo immortalarle. L’ho sottolineato alla guida della Patagonia Adventure Explorer che è stata gentilissima e così ho potuto fare il bis, tre giorni dopo e gratuitamente, armato di telecamera.

Messa di mezzanotte in una palestra sulle rive dell’oceano ma alle otto di sera perché,come mi ha raccontato il prete, dopo sarebbe impossibile (in Argentina c’è più baldoria a Natale che all’ultimo dell’anno), serata in un pub irlandese, unico locale in cui si poteva cenare senza aver prenotato, e nottata in discoteca. Il giorno di Natale riscatto a tavola in un ristorante e gita fuori porta a est di Ushuaia, verso l’Estancia Harberton, un villaggio-modello sulle sponde di una baia che è praticamente un museo all’aperto. Fu fondata a fine Ottocento da un missionario inglese e divenne rifugio delle popolazioni aborigene. 

La strada sterrata è molto panoramica: per un tratto dà sul mare e ci sono alberi modellati dal vento. La campagna si alterna a foreste, laghetti e a radure abbastanza inquietanti perché i tronchi spezzati di alberi morti si specchiano in acque stagnanti. C’erano molte tende di campeggiatori. Due argentini erano rimasti a piedi per la rottura del cambio dell’auto. Abbiamo dato loro un passaggio, è stato il mio unico regalo di Natale. A Santo Stefano rotta a ovest per il parco nazionale Tierra del Fuego. Pioveva e abbiamo evitato lunghe camminate.

Ma ci è bastato esplorarlo in fuoristrada e percorrere a piedi qualche sentierino per rimanere incantati: cavalli allo stato brado, castori all’opera, conigli che saltellavano sul muschio, fiori di mille colori, insenature e boschetti favolosi. Sembrava di essere entrati in una fiaba per bambini, pensavo che sarebbe saltato fuori pure un elfo o uno gnomo. E ci siamo divertiti come se fossimo bambini.
Marco Sanfilippo

r.clemente

© riproduzione riservata

Tags