Le banche italiane e l’arbitro europeo

Le banche italiane
e l’arbitro europeo

Riflettendo sulle conseguenze che la crisi ha prodotto sui mercati finanziari, nel settembre del 2013 il Parlamento europeo ha dato il via libera alla proposta della Commissione di costituire una unione bancaria europea fondata su tre pilastri: un meccanismo unico di supervisione; un meccanismo unico di risoluzione delle crisi bancarie; uno schema unico di assicurazione dei depositi. ll primo pilastro avrà avvio dal 4 novembre, con il trasferimento di gran parte della vigilanza bancaria alla Bce, che avrà la supervisione diretta delle banche di rilevanza sistemica dell’Eurozona, tra cui 15 italiane, alle quali saranno applicate regole uniformi di gestione.

La Bce potrà avocare a sé anche la vigilanza di banche di dimensione minore, quando siano in difficoltà e richiedano una ricapitalizzazione. È stato anche previsto che, per eliminare possibili conflitti d’interesse, sia formato all’interno della Bce perché già responsabile della politica monetaria, uno specifico «board» per l’attività di vigilanza.

Il Parlamento europeo ha, da qualche mese, dato il via libera anche al secondo pilastro approvando, a larghissima maggioranza, il meccanismo unico di risoluzione delle crisi bancarie, basato su tre normative; due di queste riguardano la ristrutturazione e la liquidazione delle banche in difficoltà, una terza impone che siano le banche, e non i contribuenti, a garantire il rimborso dei depositi e conto correnti fino a 100 mila euro nel caso di fallimento di una banca. Fino al 2016, però, gli eventuali default continueranno ad essere gestiti dai singoli Paesi, con le norme in vigore. Poi saranno i proprietari delle banche (gli azionisti) e i creditori (obbligazionisti) ad essere in prima linea per assorbire le perdite di una banca, prima che sia fatto ricorso a fonti esterne di finanziamento. Costoro saranno impegnati fino a coprire l’8% delle passività della banca, dopo di che si potrà ricorrere ad un Fondo europeo finanziato con i contributi delle banche fino al 5% delle perdite.

Questo Fondo disporrà a regime, cioè nel 2024, di 55 miliardi di euro, che potrebbero dimostrarsi insufficienti. Se ciò dovesse accadere, la Germania è apparsa irremovibile sul principio che alle ricapitalizzazioni contribuiscano anche gli Stati interessati. Questa posizione, che Renzi non ha ancora affrontato nel suo semestre di presidenza europeo, presenta una forte controindicazione rispetto al principio che, in un sistema di vigilanza unica, la soluzione delle crisi bancarie non debba più pesare sul debito pubblico dei singoli Stati. D’altro canto, la posizione politica portata avanti dagli altri Paesi – che il denaro dei contribuenti non dovrà più essere utilizzato per salvare le banche – potrebbe portare alla conseguenza di non poter garantire il salvataggio delle banche a «ogni costo». Qualche Paese ha già fatto esplicito riferimento a quei dissesti bancari che sono causati da comportamenti delittuosi e dalla attuazione di pratiche altamente speculative. È evidente che con questi provvedimenti sia stato fatto un bel passo avanti verso quella costruzione europea immaginata 70 anni fa da pochi illuminati «padri fondatori».

È altrettanto evidente, però, che non poche conseguenze deriveranno per l’intero sistema bancario e per la stessa Banca d’Italia. Le grandi banche, in particolare, dovranno confrontarsi con un interlocutore nuovo sul piano dei controlli, con il quale è auspicabile si possa realizzare un dialogo ed un confronto costruttivi dai quali possa scaturire un clima di sostanziale collaborazione.I primi segnali, purtroppo, non sono in questa direzione. Bankitalia, che ha già perso da tempo, come ogni altra banca centrale europea, la responsabilità della politica monetaria e non controlla più né la moneta né i cambi, cesserà anche di svolgere la vigilanza sulle prime 15 banche italiane ma, in qualche misura, anche su quelle di minore dimensione per le quali la Bce potrà svolgere specifici interventi in nome della unicità dell’attività di supervisione.

Restano, tuttavia, alla nostra banca centrale non pochi significativi compiti come quelli: della consulenza al governo per l’attuazione degli indirizzi europei; della partecipazione in seno alla Bce per gli indirizzi di politica monetaria; della produzione e della distribuzione delle banconote; della gestione della tesoreria statale e del sistema dei pagamenti europei; della vigilanza sugli intermediari mobiliari, sulle assicurazioni e sul riciclaggio. Tutte queste attività, ad eccezione di quella per la distribuzione dei biglietti, viene svolta dai servizi centrali e ciò non potrà non comportare una ulteriore chiusura di filiali provinciali che da 97 sono già scese a 58. Si ha notizia che Bankitalia, per raggiungere questo obiettivo, ha già avviato una approfondita riflessione con i sindacati interni, ma le posizioni rimangono ancora distanti.

L’obiettivo da perseguire, in tempi abbastanza contenuti, potrebbe essere quello di mantenere l’operatività delle sedi regionali – per la vigilanza sulle piccole banche e le analisi economiche congiunturali – e delle sei filiali attualmente organizzate per la distribuzione del contante, per un totale di circa 30. I tempi non sono stati ancora precisamente definiti ma è immaginabili che non saranno lunghi, in virtù delle pressioni che derivano dall’Europa e dallo stesso governo italiano che si è impegnato in Parlamento a realizzare un sostanziale contenimento dei costi in ogni comparto pubblico e istituzionale.


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