L’industria cresce Il Paese respira

L’industria cresce
Il Paese respira

Non è vero che le buone notizie non fanno notizia. I dati sulla crescita della produzione industriale, con un +5,3% rispetto allo scorso anno, sono una notiziona. A giugno, l’Italia ha fatto oltre l’1% contro il meno 1,1 della Germania. L’Istat dice che l’offerta di lavoro è vacante per quasi l’1%, e a Bergamo Vitali fatica a coprire 50 posti nuovi.
Possiamo allora essere più ottimisti, almeno a Ferragosto? Quello che colpisce di più è la crescita del settore auto, che arriva addirittura al +19,9%, superando di poco quello della farmaceutica.

Numeri a doppia cifra, che hanno nomi e cognomi, soprattutto due: Carlo Calenda e Sergio Marchionne. Il ministro dello Sviluppo è il padre del progetto Industria 4.0, cui si deve il +5,6% della produzione di beni strumentali, proprio ciò che serve a rendere più efficiente la manifattura. Sembra roba da addetti ai lavori, ma chi fa impresa ha capito bene quanto sia importante la finestra che si è aperta nel 2017 per incentivare l’innovazione e la produttività, quella leva di crescita che invece è (era) ferma dall’inizio del nuovo secolo, quindi in progressivo distacco dalle crescite altrui. La finestra 4.0 potrebbe chiudersi, e sarebbe un guaio grosso. Si tratta di 20 miliardi di soldi buoni, veri, e soprattutto non discrezionali, di quelli che creano burocrazia e corruzione. Insistendo su questo, la parte «construens» della prossima legge di stabilità sarà già fatta per metà.

E pensare che il dibattito sulla politica economica è attratto – per amor di demagogia facile – da temi come la revisione dell’età pensionabile. La legge Fornero ebbe il torto gravissimo di creare la nuova categoria degli esodati, che da circa 6 anni vengono salvati a pezzi e bocconi con interventi ad hoc. Ma era indispensabile nella revisione dei termini di pensionamento. Il prossimo in programma sarà un allungamento di 5 mesi, e non è piacevole per gli interessati. Ma, considerato che nessuno dei 16 milioni di pensionati italiani ha avuto – causa Fornero – ritocchi e diminuzioni a posteriori del proprio vitalizio, l’unico modo di intervenire su una voce di spesa pubblica che tende a salire al 30% di quella complessiva, era di lavorare sul futuro. La Fornero ebbe il coraggio di farlo, con il consenso difficile di tutto il Parlamento e il voto contrario facile della sola Lega, in attesa (non c’erano) dei 5Stelle.

Dalla crisi non si esce con le polemiche ex post anti Fornero (la cui legge nessuno ha modificato), ma solo con la crescita del Pil, ed è per questo che politiche come il 4.0 di Carlo Calenda sono quelle giuste. Il resto, possono farlo riforme strutturali efficaci, e quella pensionistica lo è stata, così come il jobs act, con gli 821 mila posti di lavoro in più, di cui ben 553 mila a tempo indeterminato (l’80% di ciò che la crisi aveva cancellato, è stato recuperato). Essendo posti che possono essere revocati (ma non certo per la scomparsa dell’art. 18…), potrebbero naturalmente scendere, ma qui soccorrono i dati di crescita industriale di cui stiamo parlando. Se c’è crescita, non ci sarà nessun imprenditore che penserà a cancellare collaboratori che hanno costruito con lui la ripresa. E quanto ai consumi, possiamo ironizzare finchè vogliamo sugli 80 euro, ma vorrà pur dire qualcosa una crescita dei consumi tripla rispetto alla crescita del Pil…

Certo fa impressione il fatto che il traino maggiore della crescita industriale venga dall’automobile. Solo pochi anni fa eravamo rassegnati a considerare questo settore non solo maturo, ma obsoleto. Poi arrivò Sergio Marchionne, un italiano anomalo ma al tempo stesso molto tipico (padre carabiniere, lui stesso emigrato in Canada, tasse pagate – poco – in Svizzera). Arrivò a Torino (in quegli anni eravamo lì per motivi professionali) e dichiarò subito che il costo del lavoro non era un problema, e fu uno scandalo perchè Confindustria ne aveva fatto fin lì il cavallo di battaglia. Fu così che, dopo una politica sindacale spregiudicata e spiazzante, Fiat uscì da Confindustria, che pur era nata prima a Torino che a Roma. Poi, Marchionne sfidò tutti e vinse con il «prendere e lasciare» di Pomigliano, e gli operai presero, fidandosi di lui e non di Landini, e oggi in quello stabilimento c’è occupazione solida. Infine disse che la Fiat era troppo piccola per reggere e si fece vedere sempre meno a Mirafiori e sempre più in America. Il resto lo sappiamo: Obama che gli consegna la Chrysler, i sindacati operai Usa che lo finanziano e sostengono (guadagnandoci), la rinascita di un gruppo in grado di competere a livello mondiale. E ancora non basta, sono previste altre aggregazioni.

Uomo di finanza, che aveva esordito addirittura facendosi pagare da Ford anziché pagare lui una penale per chiudere un accordo incauto fatto dai suoi predecessori, si diceva che non capiva di industria, ma i successi di Jeep nel Paese delle utilitarie e quello della nuova 500 nel Paese dei macchinoni, sarebbe li a dimostrare l’opposto. Se dunque possiamo oggi essere un po’ più ottimisti, almeno fino alle prossime delusioni, qualcosa lo dobbiamo anche a Calenda e Marchionne.


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