Sabato 03 Settembre 2005

Nel deserto del Sudan: è finalmente «vera Africa»

KIWENGWA (Zanzibar, Tanzania) - Dai 5.895 metri del Kilimangiaro eccoci al livello del mare di Zanzibar per recuperare le energie e continuare il racconto ante trekking: vi avevamo abbandonato alla partenza del traghetto che, solcando il lago Nasser, ci ha consentito di entrare in Sudan dall’Egitto. Sulla nave abbiamo conosciuto la coppia di olandesi del Land Rover compagno di chiatta del nostro Toyota Land Cruiser. Sono stati i primi, e per il momento unici occidentali incrociati sulla strada che viaggiavano con un loro mezzo di trasporto... a motori (la precisazione, vedrete, ha un senso).Ruud e Ivonne, di Den Haag, sono in vacanza da maggio e, prima di entrare in Africa da Israele, si sono concessi una puntatina nel Nord Europa. Non hanno un programma preciso e nemmeno un tempo limite. Pensano di girare il mondo per circa due anni. Si sono rivelati molto simpatici: Ivonne parla un po’ di italiano per aver lavorato un’estate a Lignano, Ruud è appassionato di moto e auto. Il suo Land Rover ha una ventina di anni: era un’autoambulanza dell’esercito olandese che è stata trasformata in fuoristrada-camper con un’opera d’adattamento certosina.

Ruud e Ivonne sono persone avventurose, ma ancora «normali». Roland (nella foto) e Rosita, una coppia sposata di Colonia, Germania, sono invece da inserire nella categoria dei romantici estremi, quasi pazzi scatenati. Sono in viaggio da un anno e mezzo in mountain bike (quella di Roland pesa cento chili) e ci rimarranno, udite udite, da sette a dieci anni. Non hanno l’orologio, sono totalmente liberi. Roland ha un sito esplosivo: www.ImpetusInMundum.de. Sul traghetto c’erano anche turisti francesi, giapponesi e funzionari sudanesi a cui abbiamo consegnato il passaporto per le formalità in entrata. Cena con carne indecifrata, pomodori, zuppa di fagiolini e ceci, uovo e formaggino, pane e Pepsi. Il tramonto è stato stupendo, il telefono satellitare una volta tanto ha funzionato, così abbiamo saputo da un sms che era nato Emanuele, il primogenito di una coppia di nostri cari amici.

La cabina doppia era sempre gremita di studenti, ma perlomeno il nostro letto era libero: in quello sotto e per terra si sono accampati in quattro o cinque. Prima di entrare in territorio sudanese, abbiamo ammirato l’alba sul lago Nasser e le statue faraoniche di Abu Simbel. Safa, una ragazzina sudanese di dieci anni, che mastica un po’ di inglese, ha voluto scattare qualche fotografia con la nostra digitale. Era in compagnia della mamma e della sorellina, il papà lavora in Libia.


L’alba sul lago Nasser


Safa con la mamma, sul traghetto. E poi insieme a Marco Sanfilippo


L’arrivo in Sudan

Siamo sbarcati a mezzogiorno con il passaporto già timbrato. Una lingua di terra rossa con scampoli di verde, una fila di tende di pastori e capre che pascolavano. Con un pullman ci hanno trasportato fino alla palazzina dei controlli doganali, il cortile recintato sembrava quasi l’anticamera di un campo di concentramento. In dogana si sono limitati ad applicare un adesivo su ogni zaino e a segnarlo con un pennarello. Soltanto quando eravamo già su un pick-up ci hanno fermato per ispezionare i bagagli. A Wadi Halfa, distante un quarto d’ora, abbiamo capito che fino a quel momento avevamo scherzato, da lì sarebbe stata vera Africa. Intanto abbiamo avuto la conferma che la chiatta con il fuoristrada sarebbe arrivata il giorno dopo, così ci siamo rassegnati a pernottare a Wadi Halfa, un piccolo centro abitato costruito totalmente sul deserto (asfalto, pavimenti: cosa sono?), e quindi polverosissimo, con vecchi fuoristrada, carretti trainati da asini e un paio di intramontabili Vespe a scuotere la placidità dell’ambiente.


A Wadi Halfa: carretti e vecchi fuoristrada

Ci sono due o tre hotel, tutti a zero stelle, ci siamo fermati al primo, il Nile, pagando circa tre euro a cranio (abbiamo dormito con i due olandesi) per una stanza sabbiosa con tre brande in ferro e nulla più (nella foto a sinistra). Sì, tre euro, ma ci è sembrato un mezzo furto per la sistemazione che era, il che è tutto dire. La camera tripla era il top, lo standard la branda all’aperto che conferiva all’hotel (?) un’atmosfera da ospedale d’emergenza. Bagni in comune da dimenticare. Abbiamo trascorso la giornata in un bar-ristorante gustando una zuppa di vegetali, giocando a carte con il tandem olandese e sentendo la radio gracchiare notizie che sembravano bollettini ufficiali. Serata in chiacchiere senza cena e un giretto per ambientarsi. Le donne sudanesi amano look sgargianti e sono lontane dal cliché musulmano, uomini fedeli alla tradizionale tunica bianca. Molte case sono in muratura con il tetto in lamiera, una caratteristica comune sono le porte di colore celeste.


Il «ristorante»

Un’ora e mezza della mattinata successiva se n’è andata nel quadrilatero di uffici dell’immigrazione per registrare la nostra presenza in Sudan. È stato un continuo entrare e uscire: c’è da compilare un modulo, consegnare una foto tessera, fotocopiare il passaporto, pagare una tassa di 20 euro e una marca da bollo, strappare una doppia firma ai funzionari e si è finalmente registrati. A mezzogiorno abbiamo scroccato un passaggio a un pick up della polizia per ritornare al porto e ritirare il fuoristrada. Si è rivelata un’impresa ardua: abbiamo atteso due ore che i facchini scaricassero la chiatta, e due ore ancora perché recuperassero due assi in ferro per un approdo sicuro sulla terraferma. Il Land Rover olandese, però, per miracolo non è caduto in acqua rimanendo in bilico su tre ruote: un asse aveva ceduto. Ruud si è imbestialito e ha preferito cavarsela da solo per trainare indietro il fuoristrada. Risultato: Land Rover con la marmitta rotta e in posizione intermedia sul pontile, la nostra Toyota ancora sulla chiatta e un giorno ancora perso, in attesa di nuovi assi (forse) il mattino dopo.

Noi abbiamo montato la mountain bike che avevamo sul portapacchi e abbiamo pedalato nel deserto fino a Wadi Halfa, eludendo il controllo di frontiera, per recuperare un nostro zaino e viveri per la notte, mentre l’ingegnoso Ruud ha studiato una soluzione alternativa. Nel ritorno abbiamo caricato tutto su un carretto trainato da un asino e abbiamo risuperato in mountain bike la frontiera quando ormai era buio pesto. Intanto Ruud aveva rinforzato i due assi con pietre, sacchi di sabbia e un terzo asse in legno, li aveva fissati con corde robuste, ed era balzato indenne sulla terraferma. Con l’illuminazione dei fari del Land Rover l’abbiamo imitato, dopo aver sfiorato la rissa con un poliziotto che pretendeva che attendessimo il giorno dopo per far scendere il nostro fuoristrada dalla chiatta. Abbiamo guidato fino alla palazzina della dogana fermandoci lì per la notte visto che la frontiera era chiusa e attraversarla in fuoristrada non era possibile. Intanto, il poliziotto che avevamo quasi investito aveva avvisato un suo superiore che ci ha domandato lumi sull’accaduto, ma siamo rimasti sul vago e il possibile incidente diplomatico si è ridimensionato. Prima notte senza hotel, prima notte in cui sperimentare il pianale in legno di cui avevamo dotato il fuoristrada per dormire. Il letto improvvisato era comodo, ma non abbiamo resistito dentro per l’afa, così ci siamo trasferiti al primo piano, ovvero ci siamo stesi sul portapacchi in alluminio: notte stellata da favola, ma zanzare che ci hanno bombardato ininterrottamente, tanto che dopo due ore siamo rientrati nell’abitacolo a lottare con l’afa.

FinaImente la luce dell’alba. I controlli doganali alla macchina sono stati veloci nella mattinata, meno la stesura dei documenti. Abbiamo pagato circa 30 euro per l’importazione temporanea del veicolo e le tasse portuali e a nulla sono valse le nostre rimostranze sul giorno che avevamo perso. Nessuno sconto. Abbiamo salutato Ruud e Ivonne dopo mezzogiorno, rifornito il fuoristrada di gasolio e il frigoriferino di acqua e ci siamo tuffati nel deserto. Avevamo meno di quattro giorni per percorrere circa 2.500 chilometri e recuperare un amico all’aeroporto di Addis Abeba.


Nel deserto: tappe forzate per arivare in tempo ad addis Abeba

Sono stati giorni snervanti per le condizioni disastrose delle strade. Prima tappa di 380 km totalmente nel deserto, la nostra prima esperienza in assoluto su una pista. Caldo sopportabile, sabbia compatta. Per non perdere la giusta direzione, sud-est, avevamo come riferimento i binari del treno (per molti chilometri vi abbiamo guidato addirittura sopra, quando la pista era indecifrabile) e il Gps della Garmin. Abbiamo inserito le ridotte esagerando con la velocità (70 km/h) cosicché il motore si è surriscaldato e per due volte ci siamo fermati per farlo sbollire. Guaio ben più grave si è rivelato il crollo del portapacchi. Avevamo sentito uno scricchiolio, ma pensavamo che si stesse assestando il rack in legno all’interno. Invece, mentre stavamo guidando, abbiamo osservato esterrefatti il portapacchi, con dentro due ruote, due taniche vuote per il carburante e la mountain bike, scivolare sul cofano, senza colpire per fortuna il vetro, e atterrare sulla sabbia. Si erano tranciati totalmente i supporti di sostegno. Nuvoletta di imprecazioni, ma non ci siamo disperati: abbiamo deciso di abbandonare il portapacchi nel deserto e di caricare ruote, taniche e mountain bike all’interno del fuoristrada. Non abbiamo incrociato nessun veicolo (per fortuna nemmeno il treno...), ci siamo imbattuti soltanto in un paio di famiglie che vivono dove c’è una stazione con l’acqua.

Buio e stanchezza, ma dovevamo continuare. A una ventina di km da Abu Hamed abbiamo perso i binari del treno. Momento di smarrimento, ci siamo affidati soltanto al Gps che non ci ha tradito e all’una di notte siamo entrati ad Abu Hamed, paesotto da Far West. C’era gente che dormiva sulle brande in strada, un poliziotto ci ha accompagnato in un ipotetico albergo, ma non ha risposto nessuno al toc toc, cosicché - per garantirci sicurezza - ha preferito condurci alla stazione di polizia dove ci siamo sistemati su una panchina del cortile con il benestare del comandante che ha dormito in una brandina lì vicino. All’alba eravamo già sul piede di partenza, ma abbiamo dovuto attendere un’ora (era giorno festivo) per rifornirci di carburante (gasolio dai bidoni: quasi mezzo euro al litro) e di acqua. Ancora 220 km nel deserto. Stavolta avevamo come riferimento relativo i binari del treno a sinistra e il Nilo a destra, ma per la presenza di villaggi, di terreni coltivati e per la conformazione del territorio la pista diventava sovente una chimera. Ci siamo persi diverse volte e ci siamo pure insabbiati, ma con l’aiuto dei sudanesi e inserendo il sistema di bloccaggio del differenziale posteriore del fuoristrada abbiamo potuto continuare il viaggio senza ritardi.


Ad Abu Hamed, una famiglia del posto

A Shereik abbiamo però compreso che soltanto una persona molto esperta avrebbe potuto aiutarci a non perderci e un giovane di 20 anni, di cui ci siamo scordati volutamente il nome, si è offerto di accompagnarci fino a Khartoum. Attraverso scorciatoie nel deserto, e nonostante un secondo insabbiamento, abbiamo abbreviato la strada e finalmente, prima di Atbara, ecco di nuovo l’asfalto. Da Atbara a Khartoum ci sono circa 300 km, durante i quali ci hanno fermato tre volte per il controllo del passaporto. Ci si avvicinava alla capitale e la polizia stringeva i cordoni della sicurezza. Intanto ci domandavamo perché il Sudan non avesse una quotata squadra di calcio, considerando la sequenza ininterrotta di campetti dove un nugolo di bambini rincorreva un pallone.

Siamo arrivati a Khartoum sul far della sera entrando dal ponte a nord e la presenza di tre blindati dell’esercito ci ha indotti a pensare che la situazione fosse precaria, anche se la città conservava un’atmosfera serena con la gente tranquillamente per strada. Abbiamo salutato il giovane navigatore accorgendoci soltanto dopo che il nostro cellulare italiano, conservato in un portaoggetti, era sparito. È stata una grande delusione constatare che avevamo dato fiducia a un ladruncolo.

Il nostro girovagare alla ricerca di un albergo ha attirato l’attenzione di un soldato sbraitante che ci ha dato cinque minuti di tempo per sparire dalla circolazione con la scusa del coprifuoco che peraltro sarebbe scattato soltanto alle 23. Ok, subito in albergo. Ma di nuovo fuori a piedi. In un Internet point abbiamo letto l’e-mail di Laura Paganin, un funzionario dell’ambasciata italiana, con cui eravamo in contatto, che diceva di segnalare la nostra eventuale presenza a Khartoum e di ridurre al minimo la permanenza in Sudan per la tensione scatenata dalla morte del vicepresidente Garang (ex guerrigliero della minoranza politica perito in incidente aereo abbastanza misterioso), i cui funerali erano in programma il giorno dopo nel sud del Paese, a Juba. Avevamo già deciso in tal senso per problemi di tempo. In fumo dunque il progetto-tentativo di visitare il Darfur, dove si sta consumando il dramma di più di un milione di profughi. Abbiamo telefonato al funzionario per un appuntamento la mattina dopo. In ambasciata sono stati molto cordiali ed efficienti, si sono informati sulla sicurezza della strada verso l’Etiopia, ci hanno confermato che non ci voleva nessun permesso speciale, e il viceambasciatore Andreina Marsella ci ha tracciato un quadro esauriente della situazione raccontandoci del centinaio di morti causati dalla guerriglia urbana nei giorni precedenti, ma del senso di responsabilità che stava prevalendo. Difatti non abbiamo avuto nessun problema.

Apriamo una parentesi per dire che in Sudan si può fotografare soltanto con un permesso ministeriale rilasciato a Khartoum, noi non lo avevamo e così ci siamo limitati a usare la digitale lontani da occhi indiscreti. Ecco perché non abbiamo foto della capitale. Sulla strada ci siamo fermati a Wad Medani per scrivere un articolo. Non c’erano Internet point nei paraggi, così siamo entrati in un negozio di computer. Nezak, il titolare, ci ha offerto uno spuntino mentre scrivevamo e, dopo un diluvio tanto violento da far saltare l’energia elettrica (è stata la prima pioggia del viaggio), abbiamo potuto inviare l’e-mail alla redazione del giornale dando il cd a Nezak. La nostra avventura quotidiana non si era peraltro conclusa perché, dopo ore di pioggia, file di camion che vomitavano smog e strade lastricate di pericoli, verso mezzanotte, quando eravamo ormai vicini a Gedaref, abbiamo tamponato un asino (è storia già nota, ne abbiamo parlato sul giornale) in gita in mezzo alla carreggiata. Fine dell’asino ignota, faro e freccia destri del fuoristrada da cambiare, paraurti crepato. Alla prossima.

(03/09/2005)Marco Sanfilippo

a.campoleoni

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