Quando a togliersi la vitaè un ragazzino di soli 16 anni

Questa volta i nomi e i luoghi non contano, non sono loro a "fare" la notizia. Quel che conta è il dramma di un ragazzino di 16 anni che venerdì 19 dicembre ha deciso di togliersi la vita nel cortile della scuola in cui studiava, alla periferia di Bergamo. Quello che conta è il dramma - lacerante - che d’ora in poi annienterà la sua famiglia, la mamma, il papà, alla spasmodica ricerca di un "perché", cui, probabilmente, nessuno sarà in grado di dare una risposta convincente, e comunque capace di allentare la morsa del dolore che li accompagnerà per sempre. Ma al di là di un brutto voto a scuola piuttosto che di una giovanile delusione d’amore, cosa spinge una persona a togliersi la vita? Un senso di apparente inutilità? Un’insopportabile sofferenza fisica? Un profondo disagio psichico che evoca un irresistibile senso di morte? Impossibile dare una risposta e il dilemma resterà tale proprio perché nessuno - nemmeno lo studioso più attento e preparato - sarà mai in grado di penetrare al fondo l’animo umano, cogliendo realmente l’indefinibile spartiacque tra la vita e la morte, l’attimo in cui un uomo spinge la propria mente ad aggrapparsi alla vita pur in condizioni di difficoltà estreme oppure a scegliere l’ignoto, senza scendere a patti con niente e nessuno. Alle soglie del mistero del Natale, ci confrontiamo ancora una volta con il mistero della morte, oggi ancora più insondabile perché chi ha scelto di togliersi vita è un ragazzino di soli 16 anni. Anche per questo non possiamo dirci estranei a questa tragedia, così come - per archiviarla - non può bastare la "semplice" partecipazione emotiva che questi drammi portano inevitabilmente con sé. Perché se qualcuno decide di togliersi la vita, è tutta la società che muore con lui, incapace - spesso senza rendersene conto - di dare a chi soffre le giuste motivazioni per continuare a vivere. Alberto Ceresoli

© RIPRODUZIONE RISERVATA