La Porta del Parco riporta la gente alla terra
Vigneto del Borghetto Mozzo

La Porta del Parco riporta la gente alla terra

Ancora pochi giorni e sarà ufficialmente estate, il caldo è già arrivato e ai piedi del colle del Borghetto di Mozzo non ci si preoccupa troppo: «se pioverà come l’anno scorso sarà un peccato, ma ce ne faremo una ragione e ci troveremo comunque lo stesso.

Ormai siamo diventati amici e spesso anche se non veniamo qui per rivoltare la terra o strappare le erbacce, è un piacere incontrarci».

Progetto di comunità

Fabrizio Cappellari e suo figlio Elia in un pomeriggio di giugno siedono all’ombra degli alberi che dividono gli orti dalle ville del quartiere: oggi hanno fatto la loro parte alla Porta del Parco e ora si stanno riposando, dando la voce ogni tanto agli amici che a pochi metri di distanza sono impegnati a coltivare i loro lotti di terra, appezzamenti di 5 per 10 dove crescono pomodori e insalatina.

Orticoltori alla Porta del parco Mozzo

Orticoltori alla Porta del parco Mozzo

«Un anno e mezzo fa invece qui c’era un campo e alle sue spalle una vite che rischiava l’abbandono si arrampicava su per la collina, poi è nato la Porta del Parco, un progetto di comunità in cui la valorizzazione di un’area agricola genera anche buone pratiche di sostenibilità che coinvolgono il territorio – spiega Alessio Canfarelli della Cooperativa Alchimia - il nome fa riferimento alla zona in cui sorge, uno degli accessi al Parco dei Colli. Dalla collaborazione tra l’ente Parco, il Comune di Mozzo e le Cooperative Sociali Oikos, Servire e la nostra è nato questo progetto, l’unico della bergamasca ad essersi aggiudicato il bando della Fondazione Cariplo “Comunità Resilienti”».

Così in via Masnada al Borghetto oggi sorge un complesso agricolo composto da «un vigneto, una struttura che funge da punto ristoro e vendita di prodotti locali e biologici, il sabato mattina si tiene anche un mercato agricolo e spesso ci sono corsi, iniziative culturali e ricreative sul territorio» e poi c’è l’area verde che ospita orti sociali e collettivi.

Ogni appezzamento è delimitato da paletti di legno. Il pomeriggio ci si incontra in base agli orari e ai ritagli di tempo: c’è chi lavora in posta, chi in banca, chi è spazzino o chi è un ex tecnico di laboratorio in pensione come Enrico Gaiba, che raggiunge i Cappellari sotto gli alberi: «stiamo pensando insieme a delle migliorie come una compostiera, abbiamo cominciato condividendo la terra quando probabilmente per strada non ci saremmo mai parlati, ma ora i rapporti nati qui stanno crescendo: faticare insieme è l’aspetto più bello».

Una presenza che stupisce

Negli orti sociali della Porta del Parco c’è spazio anche per il piccolo lotto dei bimbi dell’asilo e per un gruppo di ragazzi con disabilità che arrivano al Borghetto per lavorare la terra. Come Marco Dordon, che tolta la camicia e lasciata la banca prende in mano la vanga: «Nell’Italia del dopoguerra anche in città tutti avevano l’orticello, oggi non siamo più abituati a considerarli parte del paesaggio, rimaniamo stupiti dalla loro presenza, mentre la fabbrica e il grigio dei prefabbricati non li notiamo più».


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