Trump: gli Usa fuori  dall’Accordo di Parigi
Una centrale a carbone

Trump: gli Usa fuori
dall’Accordo di Parigi

È una pessima notizia la conferma, da parte di Donald Trump, del ritiro degli Usa dall’Accordo di Parigi sul taglio, per mitigare la crisi climatica, delle emissioni di gas serra prodotte dai combustibili fossili. Trump descrive l’Accordo come «un cattivo affare» e sostiene che le proprie politiche sui combustibili fossili «hanno reso gli Stati Uniti una superpotenza energetica».

Gli Stati Uniti, con 330 milioni di abitanti, emettono il 15% di anidride carbonica, la Cina il 24%, ma con un miliardo e 400 milioni di abitanti. Sono 20 tonnellate a testa contro 8. In Italia e in Francia sono 7 a testa all’anno. E la Cina ha iniziato solo negli ultimi decenni del Novecento. Non dall’Ottocento. Uno stile di vita decisamente più agiato, un’industrializzazione più spinta, servizi di trasporto e condizioni abitative migliori hanno permesso all’Occidente di raggiungere un benessere incomparabilmente più elevato, al prezzo di una produzione di anidride carbonica molto maggiore. Gli Stati Uniti guidano la classifica con oltre 1.100 tonnellate pro capite in sei decenni, mentre il Canada segue con poco meno di mille. In Italia un sessantenne ha prodotto 379 tonnellate, un valore simile agli altri grandi Stati europei. In ogni caso molto di più rispetto ai Paesi in via di sviluppo, ma solo circa un terzo di un cittadino statunitense. Le nazioni più povere, quando chiedono a quelle più ricche di farsi carico degli sforzi maggiori per contrastare il cambiamento climatico, hanno i propri buoni motivi.

Ora c’è il rischio che molti Paesi seguano il cattivo esempio del presidente Trump. La Russia cerca fonti fossili nell’Artico, dove i ghiacci fondono proprio per le emissioni dei combustibili fossili. Interessi economici molto miopi. Anche le coste nordamericane, in un futuro non molto lontano, saranno sommerse dagli oceani, mentre gli eventi estremi sono già in forte aumento ovunque. L’Italia avrebbe solo da guadagnare da una rapida transizione dalle fonti fossili, di cui non disponiamo, e dal passaggio alle rinnovabili, ricchi come siamo di sole e, in molte regioni, anche di vento.

La lotta al cambiamento climatico, invece, è pericolosamente ferma al palo. A quasi quattro anni dalla firma dell’Accordo di Parigi, i Paesi del Nord del mondo non hanno ancora finanziato completamente il Fondo globale per il clima, che dovrebbe sostenere progetti per l’adattamento alla crisi climatica nel Sud del mondo e salvare milioni di vite.

Il Fondo – lanciato nel 2010 – è fermo a 7,5 miliardi di euro, mentre a livello globale, nel 2018, gli investimenti in energia da fonti fossili come petrolio, gas e carbone hanno superato i 933 miliardi di dollari, pari a circa 100 volte la quota che i Paesi più ricchi dovrebbero destinare per supportare i processi di gestione del rischio e adattamento ai cambiamenti climatici. Negli ultimi quattro anni, oltre 110 progetti nei Paesi in via di sviluppo hanno ricevuto finanziamenti dal Fondo, per progetti come l’espansione dell’energia solare in Nigeria e Mali, il ripristino delle foreste in Honduras e la creazione di sistemi agricoli più resilienti in Bhutan e Belize. Canada, Austria e Paesi Bassi hanno contribuito per un terzo di quello che potrebbero; l’Australia ha dichiarato che si unirà agli Stati Uniti e si rifiuterà di fornire nuovi fondi; Giappone, Italia, Svizzera, Belgio, Finlandia, Portogallo e Nuova Zelanda devono ancora annunciare il proprio contributo.

Eppure, viviamo una successione sempre più rapida e imprevedibile di eventi climatici estremi – come uragani, siccità prolungate e alluvioni – che mettono a repentaglio la sopravvivenza di intere comunità, costringendole a migrare. Per questo il Fondo per il clima è un’ancora di salvezza per i Paesi poveri che hanno bisogno di aiuti immediati, mentre ricevono, in media, circa 3 dollari all’anno pro capite. Ci sono popoli esposti a rischi continui di perdita di raccolti, allevamenti e risorse essenziali da cui ne dipende la sopravvivenza.

Il Sinodo sull’Amazzonia ha insegnato come esista un’umanità che ha naturalmente sacra la vita, considera la natura una madre e non una preda, ne segue il suo ritmo e non ne impone uno estraneo. È l’umanità delle etnie che popolano l’Amazzonia. Un’umanità lontana dai criteri di civiltà occidentali, perché ricca della sua civiltà e arcanamente consapevole, come afferma Papa Francesco, che la «ragione strumentale» non basta a offrire le risposte alla «ricerca profonda» dell’uomo.


diego.colombo@eco.bg.it
Diego Colombo Giornalista

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