Venerdì 04 Marzo 2011

Denuncia Uilm: «lavoratori
in mobilità sfruttati dai Comuni»

Perso il posto di lavoro, devono anche subire i ricatti di qualche «solerte funzionario» di questo o quel Comune. Sono i lavoratori in mobilità, che tirano avanti con 800 euro al mese, spesso padri di famiglia di nuclei monoreddito.

Una legge oggi dà la possibilità ai Comuni di utilizzare lo strumento dei «lavori socialmente utili» e di chiamare così i lavoratori in mobilità a svolgere un lavoro negli uffici comunali, pena, se si rifiutano, la perdita dell'indennità economica. Questa opzione si è però trasformata in una sorta di sfruttamento dei lavoratori in mobilità. E a questo andazzo ha deciso di mettere argine la Uilm, il sindacato dei metalmeccanici Uil, il cui segretario provinciale Angelo Nozza ha inviato una lettera alla stampa.

Nozza ricorda che «nella nostra provincia, negli ultimi anni, a causa della forte crisi, i metalmeccanici hanno sottoscritto molti accordi sulle ristrutturazioni con aziende piccole, medie e grandi (per citare alcuni nomi eccellenti, Tenaris, Abb, Same, Indesit). Questi accordi, tra le altre cose, prevedono quasi tutti il ricorso alla mobilità per gestire gli esuberi di personale. Il sindacato, quasi sempre, ha in questi casi concordato il criterio dell'obbligatorietà per quelle persone che, con gli ammortizzatori sociali, raggiungevano il diritto alla pensione».

Ma - aggiunge Nozza - «ora ci troviamo in una situazione quantomeno curiosa: mai come negli ultimi mesi i Comuni e gli enti hanno attivato un massiccio ricorso all'utilizzo dello strumento dei "lavori socialmente utili"». La Uilm fa questa premessa: «tutti concordiamo sul fatto che il Paese e soprattutto la Pubblica amministrazione debbano recuperare competitività ma speriamo che il ricorso ai "lavori socialmente utili" non sia l'unica strada. Siamo per la riduzione dei costi della politica ma rimarremmo sicuramente sconcertati se scoprissimo che in qualche Comune o qualche ente da una parte si sprecano dei soldi per poi chiamare le persone (che magari hanno già lavorato per 38-39 anni) a lavorare gratuitamente».

La legge, infatti, prevede che un lavoratore in mobilità se viene occupato fino a 20 ore settimanali non deve essere retribuito perché I'indennità di mobilità (circa 800 euro al mese) copre la prestazione.

Leggi di più su L'Eco di venerdì 4 marzo

m.sanfilippo

© riproduzione riservata