Venerdì 22 Aprile 2011

Dalla Val Taleggio a Los Angeles
L'avventura di successo di Ilaria

Valigie di cartone addio, perché l'emigrante bergamasco di oggi è laureato, o comunque professionalmente qualificato, e ha le idee chiare sull'attività che vuole intraprendere nel Paese in cui è diretto.

Se nel secolo scorso, infatti, chi emigrava in Svizzera, Francia e Belgio cercava lavoro prevalentemente nell'edilizia e nella meccanica, spesso accettando condizioni molto dure (il 70% degli emigranti orobici appartiene alla prima generazione), oggi i bergamaschi preferiscono mete come gli Stati Uniti, il Brasile e l'Australia e ci vanno in cerca di successo.

Dal 1967 a supportare i nostri concittadini all'estero ci pensa l'Ente bergamaschi nel mondo, che dagli uffici di via Bianzana in città offre informazioni agli emigranti e allo stesso tempo organizza corsi di lingua e cultura italiana, oltre a viaggi nelle località natali per permettere a chi vive all'estero di mantenere vivo il legame con la propria comunità d'origine, grazie anche ai 33 circoli e alle 20 delegazioni sparsi nel mondo. Va detto che «sono circa 700 i bergamaschi che ogni anno si trasferiscono all'estero e rappresentano oltre l'80% degli emigranti della Lombardia», puntualizza Santo Locatelli, presidente dell'Ente.

Il direttore Massimo Fabretti ricorda inoltre che «fra le nostre priorità c'è anche quella di tenere i contatti con i tanti missionari orobici, che per noi rappresentano un importante punto di riferimento».

L'«avventura» di Ilaria Mazzoleni, che dal 1996 vive negli States, ha inizio quasi per caso, quando nel '95 si aggiudica una borsa di studio per un master in Tecnologia e scienze della costruzione all'University of Southern California School of Architecture di Los Angeles. Fresca di laurea in Architettura al Politecnico di Milano, Ilaria si imbarca sull'aereo come già aveva fatto qualche anno prima per il suo Erasmus a Valencia, in Spagna, pronta a cogliere le occasioni che le si presenteranno, ma ancora ignorando che la città degli angeli giocherà un ruolo molto importante nella sua vita.

Originaria della frazione Sottochiesa in Val Taleggio, Ilaria quando approda a L.A. con l'inglese ha poca dimestichezza («a scuola ho studiato francese») e divide un appartamento con due ragazze, una turca e l'altra spagnola, e uno studente tedesco. «Los Angeles ha molto da offrire dal punto di vista architettonico», racconta Ilaria, ma è il contrasto tra l'oceano e il deserto ciò che ancora la impressiona di più.

Dalla Walt Disney Concert Hall di Bunker Hill, edificio progettato dal grande architetto canadese Frank Gehry e dedicato alla Los Angeles Philharmonic, al Science Center School di Thom Mayne, il fascino della città californiana conquista la giovane bergamasca: «L'ambiente culturale è estremamente vivo, si fa molta sperimentazione ed è stato “exciting” (stimolante, ndr) calarsi in questa realtà». Ma non esclude di far ritorno a Bergamo un giorno, complice il fatto che vorrebbe essere più vicina alla sua famiglia.

Oggi Ilaria vive nella zona di Melrose, insegna progettazione architettonica e tecnologie sostenibili alla SCI-Arc, scuola di architettura indipendente di Los Angeles («quando riesco, attraverso un programma di studi, porto i miei alunni a visitare il Made in Italy»), collabora per alcune prestigiose riviste italiane del settore, e fra un impegno e l'altro recentemente ha coordinato la curatela scientifica della mostra «Spazi composti di Franco Normanni», in programma all'ex Chiesa della Maddalena di Bergamo fino al 29 maggio, di cui il suo studio d'architettura im studio mi/la ha curato l'allestimento.

È stato il suo interesse per la biomimetica, ovvero la scienza che si ispira alla natura per la realizzazione di ambienti ed edifici all'insegna della sostenibilità ambientale, a fruttarle la cattedra di docente, grazie alle ricerche condotte dopo aver conseguito il master. «Appena mi sono trasferita a Los Angeles ero piena di incertezze – dice Ilaria – ma il “segreto” sta nel raccogliere le sfide quotidiane mettendocela tutta».

Ma com'è l'America vista con gli occhi di una bergamasca che ci vive da 15 anni? «È in atto un grande cambiamento culturale e Obama ne è il simbolo. Del resto la crisi richiede nuovi sforzi e iniziative che ci spingono a reinventarci». 

r.clemente

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