Domenica 02 Gennaio 2005

Cadute le barriere: nuova sfida per il tessile

Con il Capodanno è scattata anche una rivoluzione nel campo tessile. Spinto da uno yuan sottovalutato da anni, da tassi bancari irrisori, da ingenti investimenti per nuovi macchinari, da personale a basso costo e anche da un certo «dumping» sociale, il «Made in China» nell’industria tessile è diventato sempre più aggressivo. Con il primo gennaio è caduta l’ultima barriera all’ingresso dei prodotti dell’Estremo Oriente, con la fine delle quote in vigore nel commercio mondiale. In sostituzione l’Europa ha avviato un più blando monitoraggio degli effetti delle importazioni.

Per i distretti dell’Italia e dell’Europa il 2005 è davvero una sfida storica: le quote regolano infatti le importazioni da oltre quattro decenni, mentre a partire da quest’anno sia i tessuti sia i capi di abbigliamento dovranno confrontarsi con una completa liberalizzazione che vista dall’Italia appare attualmente come fonte di rischi più che di opportunità.

«Fino al 2001 la situazione del mercato era positiva, e i nostri industriali erano fiduciosi» - commenta Francesco Marchi, direttore degli affari economici dell’Associazione europea del tessile-abbigliamento (Euratex), precisando che tutto è cambiato nel 2002, «un anno nero a causa di molti fattori, il drastico taglio dei prezzi messo in moto dai cinesi, il rallentamento del mercato e l’inversione di tendenza dell’euro, che verso la metà dell’anno ha iniziato a rafforzarsi rispetto al dollaro».

Nel 2003 e nel 2004 c’è stato in sostanza un consolidamento di questi tre elementi, ricorda Marchi, che sottolinea in particolare «il problema del cambio, con un dollaro ogni volta più debole, e uno yuan a sua volta già svalutato rispetto alla moneta americana». Un primo punto fondamentale per spiegare la forza acquisita da Pechino è proprio quello del mercato valutario: «Secondo alcune stime americane, lo yuan si trova un 40 per cento al di sotto del valore del dollaro» afferma Marchi, che rileva inoltre la forte crescita dell’euro sul dollaro ormai avviato verso quota 1,40, mentre poco più di due anni fa si aggirava ancora intorno alla parità.

Altri fattori

Marchi non lascia da parte l’importanza di altri fattori che spiegano il successo di Pechino: «Una politica di tassi bancari molto bassi, con interessi dell’ordine dell’1%, su cui può contare il tessile cinese, e gli ingenti investimenti destinati al rinnovo e ammodernamento dei macchinari». «Nel 2001-02, il 50% del totale di questo tipo di investimenti fatti nel mondo sono stati realizzati appunto in Cina», sottolinea Marchi, rilevando altresì come con le imprese tessili di Pechino ci sia inoltre «un problema contabilità». «Abbiamo verificato dei casi - ricorda - in cui i prodotti vengono venduti a prezzi anche inferiori al costo della mano d’opera o della materia prima, senza tener conto per esempio dei trasporti o dell’energia. Se i prezzi fossero calcolati con gli standard internazionali, sarebbero ben maggiori: i cinesi hanno in altre parole molti meno obblighi di quanti ne abbiamo noi». E questo, oltre che nella contabilità, si verifica anche negli obblighi legati alla tutela sociale e alla tutela ambientale.

L’analisi di Marchi non tralascia ovviamente il tema della contraffazione: «A livello di protezione, l’Europa deve fare da polizia sia all’interno sia alle frontiere», afferma, sottolineando il peso centrale della questione, ricordando però che «senza la contraffazione, il "problema Cina" esisterebbe lo stesso, ma indubbiamente ad un livello diverso». Del resto le merci tessili che arrivano dalla Cina non sono solamente «copie illegali» di grandi firme, ma sono anche e soprattutto prodotti di largo consumo, oltre che semilavorati utilizzati in certi casi anche dalla stessa industria italiana del settore.

La reazione

Come reagire, quindi, all’ondata del tessile di Pechino? «Bloccare la Cina non si riuscirà mai, ma si può tentare che l’avanzata sia ragionata, per esempio affrontando con fermezza il problema del cambio e - punto fondamentale - facendo in modo che i cinesi rispettino le regole della organizzazione internazionale del commercio, e non solo quelle». E cosa può fare, infine, da parte sua l’industria europea? Premesso che «non ci sono ricette fantasiose», Marchi è però convinto che, «forte di molti elementi (qualità, immagine, contenuto tecnologico, ecc.) l’Europa sia capace di conquistare nuovi mercati, benchè per far ciò, è necessario essere trascinati anche da un mercato interno che tiri». «Inoltre - aggiunge Marchi - l’Europa può migliorare la propria competitività, per esempio tramite il piano d’azione promosso di recente dal "gruppo di alto livello Ue", con iniziative per più ricerca e innovazione, più flessibilità nella formazione, e con altre misure concrete, quali la possibilità per le imprese di ammortizzare l’innovazione non tecnologica, e cioè la creatività, fatto fondamentale soprattutto per le piccole e medie imprese dell’abbigliamento».

Per spingere l’industria Ue, Marchi ricorda infine altri due fattori: «Integrare le imprese non solo a livello regionale, ma andare all’est e al sud dell’Europa, nel Mediterraneo, e migliorare l’accesso ai crediti agevolati».

(02/01/2004)

fa.tinaglia

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