Alitalia risponda alle sfide del mercato

Alitalia risponda
alle sfide del mercato

Pare destino ogni qualvolta si parla di Alitalia tirare in ballo la questione del «piano industriale». Eppure parrebbe persino ovvio che nell’orizzonte di un’azienda di queste proporzioni la strategia occupi il primo posto. Quando nel 2014 la compagnia di bandiera trovò un nuovo assetto azionario, con gli emiratini di Etihad al 49% e il resto in mano ad azionisti finanziari italiani, si guardò da subito al nuovo piano industriale, piano che prevedeva il ritorno all’utile nel 2017. Al 2017 ci siamo, ma l’azienda ci è arrivata con una perdita che si aggira intorno al mezzo milione di euro al giorno. Ovvio quindi trarre la conclusione che quel piano non ha funzionato. A dicembre, a fronte della necessità di nuovi finanziamenti, i soci hanno chiesto ragione agli amministratori i quali hanno risposto preannunciando una politica di tagli: si è parlato di un intervento fino a 2.000 esuberi di personale e ad una ventina di aeromobili che verrebbero dismessi. Sì, ma secondo quale piano industriale? La domanda è stata rilanciata giovedì dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda che è andato giù pesante: «Mi pare oggettivo che la compagnia è stata gestita male: quello che è inaccettabile è scaricare questo sui lavoratori», ha detto ai microfoni di RadioAnch’io.

Un attacco duro che è apparso ancora più strano perché Calenda è buon amico del presidente di Alitalia, Luca Cordero di Montezemolo. Il quale Montezemolo gli ha subito risposto che «fra tre settimane» sarà presentato un nuovo piano «forte e coraggioso». La pressione pare concentrarsi sul socio industriale, Etihad, che deve dire cosa intende fare dopo che il piano industriale di tre anni fa è sostanzialmente fallito. Quel piano puntava a fare di Fiumicino un hub intercontinentale, concentrando l’offerta del vettore sulle lucrative rotte a lungo raggio e cercando così di fuggire all’assillante concorrenza delle low cost. Quello che si è visto però è che l’ex compagnia di bandiera ha continuato a perdere la sfida con le nuove compagnie e l’incapacità di riconquistare fette di mercato pregiato.

C’è da dire che Alitalia in questi anni ha finito di pagare le scelte politiche sbagliate precedenti, tutte sulle spalle dei vari governi che fino al 2008 hanno avuto in mano il controllo dell’azienda. Le scelte fallimentari si chiamano Malpensa e Roma-Milano. Lo scalo di Malpensa è addirittura sparito nelle rotte Alitalia da Fiumicino, mentre la tratta Roma-Milano era la slot machine sulla quale i governi dei primi anni 2000 puntavano pur sapendo che contemporaneamente finanziavano l’alta velocità ferroviaria: concorrenza interna, l’esatto contrario di una politica industriale. Ma dalla cecità di scelte demagogiche senza strategia pare non essere scampati con il passaggio dall’azionista pubblico a quelli privati. Con la stessa facilità con la quale prima i politici indicavano scelte solo per blandire fette di elettorato, ora si risponde a buchi di bilancio con la scorciatoia dei tagli di personale. Il problema è sapere rispondere con adeguati piani industriali alle sfide del mercato. Qual è la risposta di Alitalia all’aggressività delle low cost sul mercato nazionale?

Se da una parte la sfida del nuovo piano industriale di Alitalia si giocherà a Roma, gran parte delle risposte riguarderà quanto sta avvenendo negli aeroporti lombardi. Il tavolo che sarà aperto prossimamente vedrà coinvolti azienda, governo e sindacati: un tipico tavolo di confronto romano. Ma le risposte vanno date a come si vuol chiudere la vicenda di Malpensa e a come si vuole rispondere alle sfide portate da Ryanair, l’irlandese capofila dei vettori low cost che ha nell’aeroporto di Orio al Serio uno dei suoi hub strategici. Si discuterà a Roma pensando alla sfida che viene da Bergamo.


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