Europa inquieta e allarme spread

Europa inquieta
e allarme spread

«Tagliare il debito, lo spread ce lo ricorda in modo sgarbato». Il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan sa che il differenziale con i titoli di Stato tedeschi è il termometro dello stato di salute finanziaria del Paese. Così quando l’indice sale a 200 punti si premura di far sapere alla comunità finanziaria che il governo italiano continua a perseguire una politica di riduzione del debito. C’è bisogno di dirlo perché il dibattito politico sembra aver smarrito le linee guida che segnano il percorso di un Paese in difficoltà di bilancio.

Basti osservare la polemica strisciante con Bruxelles per il rispetto del deficit programmato per capire che anche 3,5 miliardi sono difficili da racimolare in un Paese dove le imposte non si possono alzare e le spese improduttive non si possono tagliare. Vi è un’afasia sui temi economici che imbarazza. Il discorso di Draghi al Parlamento europeo è stato una dichiarazione di fiducia negli ideali europei e un’affermazione dell’irrevocabilità dell’euro. E tuttavia il dubbio sorge: nei momenti di calma e di ripetitiva quotidianità gli atti di fede non servono. È il pericolo che li evoca. E dietro l’angolo vi sono pulsioni nazionaliste e eurodisfattiste che Marine Le Pen con il suo intervento all’apertura della campagna elettorale francese ben evidenzia. In questo clima di incertezza segnata dal Brexit, dall’elezione di Trump ed ora dalle elezioni politiche nel corso dell’anno in due Paesi chiave come Francia e Germania l’unico dirigente europeo che parla di Europa non con lingua biforcuta è Mario Draghi. Lo riconosce anche Handelsblatt, il quotidiano della Confindustria tedesca, che non ha mai lesinato critiche alla Banca centrale europea per la politica di difesa della moneta unica.

Ecco, una parola di approvazione dai partiti europeisti italiani non sarebbe stata vana, anche perché avrebbe fatto sapere ai mercati in turbolenza che sul tema la politica c’è. Invece si è lasciata l’incombenza al solo governo. Parlare di Europa è diventato un po’ un tema da appestati, meglio tenere la distanza per evitare il contagio. Non fa audience e soprattutto sembra non portare voti.

Il focolaio dell’instabilità in questo momento riguarda la Francia che vede crescere lo spread a 110 punti ma è inevitabile che i suoi riflessi ricadano sull’Italia per effetto di un debito al 132% del pil. Quindi il problema è qui e bisognerà pur dire agli italiani che la situazione non è drammatica, ma terribilmente seria e la politica dell’acquisto da parte della Bce per 80 miliardi al mese di titoli di Stato dura sino a marzo salvo poi scendere a 60 miliardi. Alla fine dell’anno non è detto che debba continuare perché Draghi è assediato dai Paesi del Nord Europa che hanno raggiunto già un tasso di inflazione vicino al 2% e non vogliono tassi bassi che non remunerano i risparmiatori e non offrono margini di redditività alle banche.

La politica italiana ha un anno a disposizione per occuparsi del problema. Dopo potrebbe essere troppo tardi. Vi sono notizie che non vanno in prima pagina. Una di queste è che le banche tedesche, secondo i dati della Banca dei regolamenti internazionali, hanno ridotto l’esposizione nei Paesi europei di 200 miliardi e stanno praticamente disinvestendo mentre Francia, Olanda Spagna e Italia fanno il contrario. Anche i finanziamenti per gli investimenti in Germania sono calati. Il messaggio è chiaro. Si ritraggono perché non hanno fiducia. Un euro svalutato aiuta le esportazioni ma toglie lo stimolo a migliorare la competitività. Se i Paesi ad alto debito non si danno una mossa per i tedeschi alla lunga o alla breve restare fedeli alla moneta unica così com’è non sarà più conveniente.


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