Annegret, ultima vittoria di Angela Merkel

Annegret, ultima vittoria
di Angela Merkel

Si abbrevia con AKK perché il nome per esteso Annegret Kramp-Karrenbauer è uno scioglilingua anche per i tedeschi. Il nuovo presidente dell’Unione cristiano democratica (Cdu) è minuta, con occhiali da miope, il contrario dell’imponenza che il nome vorrebbe. Ma è tenace e sa quello che vuole. Ha concluso il suo discorso al 31° congresso del partito ad Amburgo con queste parole: ciò che conta nella vita è la forza interiore. Ha riscosso l’ovazione di un partito in crisi d’identità, impegnato a rielaborare due sconfitte consecutive alle recenti elezioni regionali della Baviera e dell’Assia. La Cdu è l’unico partito popolare rimasto sulla scena politica europea. Corre il rischio di venire marginalizzato come è già accaduto con la Spd ormai al di sotto del 18%. Le sono stati drenati voti sia a destra dalla AfD, partito a vocazione nostalgica ed estremista e dai Verdi ormai con un consenso stabile al 20%.

Non a caso Friedrich Merz, l’altro candidato alla presidenza, ha lanciato il guanto di sfida nel nome dell’identità cristiana, sociale, liberale e conservatrice per riprendersi i voti andati ai partiti concorrenti.

Ha perso al ballottaggio per un’unghia, gli sono mancati 35 voti su 999, il 48% contro il 52% di AKK. È l ’unico dei tre candidati che ha parlato di politica internazionale con cognizione di causa ed ha rivendicato alla Germania il diritto/dovere di guidare il processo di unificazione europeo. Aveva firmato un mese fa un appello di statisti e politici europei per dare all’Unione una politica comune in tema di lavoro. È sua convinzione che le difficoltà sociali dei partner, dalla Francia dei gilet gialli alle convulsioni populiste d’Italia, si ripercuotono nel tempo sulla Germania. Senza un’assicurazione europea contro la disoccupazione non vi è pace sociale. Le difficoltà con l’America di Trump e con l’invadenza economica della Cina la Germania le può affrontare solo in un’Europa coesa. Ma il partito ha dimostrato ancora una volta di non volere svolte brusche e quindi, come la vecchia Democrazia cristiana in Italia, di preferire la continuità. Ed è quello che promette la nuova presidente. La sua elezione è l’ultima vittoria di Angela Merkel nel partito. AKK è stata chiamata a Berlino in febbraio di quest’anno proprio dal cancelliere che ne apprezza la capacità di governo. I delegati volevano una di loro. Se l’elezione fosse stata come nel Pd italiano con le primarie, non vi è dubbio che il vincitore sarebbe stato Merz. Ha 62 anni e mantiene vivo lo spirito di rivalsa di chi per quindici anni è stato in esilio. Epurato da Angela Merkel, lascia il partito, si dà agli affari ed ora manca il come back per un soffio. Dice: avrei vinto volentieri ma la cosa più bella è che abbiamo dato una dimostrazione di democrazia esemplare.

Certo, agli altri congressi dominati da Angela Merkel il dissenso non era gradito. Chi osava criticare doveva contare su una forte base elettorale altrimenti era messo a tacere. Si chiama disciplina prussiana.

Adesso al vertice abbiamo una madre di famiglia, con tre figli, viene dal Land ai confini con la Francia più ad occidente della Repubblica Federale ed è cattolica, qualifica quest’ultima che in Germania ancora connota le persone nella loro identità anche civica. Ha iniziato a militare nella Cdu nel 1981 sui banchi del liceo in Saarland sino a diventare capo del governo del Land. La unisce ad Angela Merkel il sodalizio politico ma anche una certa simpatia per tutto ciò che può favorire le donne nella loro attività. I critici parlano di una lobby. Diciamo così: Merz gode dell’appoggio della grande industria, AKK dell’associazionismo femminile.


© RIPRODUZIONE RISERVATA