Autostrade, la revoca? No, servono i colpevoli

Autostrade, la revoca?
No, servono i colpevoli

La tragedia avvenuta a Genova mette tutto il Paese di fronte a due scenari tra loro strettamente connessi: per un verso il lutto e il dolore enormi per un evento che ha sconvolto gli animi; per l’altro verso una catastrofe che impone di riflettere sui ritardi e sugli squilibri del tessuto delle grandi infrastrutture. L’Italia è Paese idrogeologicamente difficoltoso, con zone strutturalmente arcigne e/o esposte a molteplici fattori di rischio (terremoti in primo luogo). Genova, in particolare, è una città fragile, per collocazione e per il modo nel quale nei secoli si è sviluppata. Non a caso è sovente colpita dalla durezza delle intemperie. Ma il crollo del ponte Morandi va ben oltre la «normalità» di fenomeni naturali catastrofici, collocandosi nell’alveo di quegli accadimenti che – ancorché non del tutto evitabili – vanno ritenuti prevedibili. E, di conseguenza, prevenibili, per quanto possibile.

Nelle convulse ore successive al disastro – benché non siano mancate le solite accuse a vanvera, i consueti attacchi contro chiunque, le affermazioni di macabro sciacallaggio – le parole sono state sopravanzate dai fatti. L’abnegazione degli addetti ai soccorsi (vigili del fuoco, forze di polizia, sanitari, volontari di ogni settore) ha mostrato il volto migliore di un Paese che sa raccogliersi e mobilitarsi nei momenti più gravi. Mentre l’opera meritoria di questi cittadini continua, si è aperta la pagina delle domande da farsi e delle risposte da cercare. Ciò implica l’esigenza di decifrare i ritardi e le responsabilità pregresse, per capire quali siano le scelte da compiere. Un ragionamento sull’ieri per poter guardare al domani.

Da parte di esponenti del governo è emersa, quasi immediatamente, la proposta di revocare il contratto di servizio, stipulato dallo Stato con la società Autostrade per l’Italia. Una mossa ad effetto, che rischia però di procurare un effetto boomerang nei confronti di chi l’ha lanciata. Di fatto, l’ipotesi sembra difficilmente percorribile per numerose ragioni. In primo luogo, la revoca imporrebbe un risarcimento, nei confronti di Autostrade, non facilmente quantificabile. Alla revoca del contratto si è detta assolutamente contraria la società, pronta a dare battaglia nelle aule giudiziarie. Già questi due elementi indurrebbero a valutare con molta cautela l’idea della rescissione del contratto. Ma, ancor più, pesano valutazioni di ordine tecnico e organizzativo. A quale soggetto tecnicamente affidabile lo Stato potrebbe affidare le funzioni svolte da Autostrade per l’Italia? In quali tempi realmente stimabili? E l’ipotetico nuovo contraente quali garanzie potrebbe offrire sul piano dell’esperienza di manutenzione e controllo della rete autostradale italiana? Ad essere realistici l’unica soluzione praticabile dovrebbe prevedere due mosse da parte del Governo. In primo luogo, chiedere ad Autostrade per l’Italia di individuare le responsabilità interne all’azienda e conseguentemente agire, licenziando gli incompetenti che – non avendo garantito la qualità del servizio previsto dal contratto con lo Stato – hanno contribuito al verificarsi della tragedia. Imporre alla società un radicale miglioramento dell’attività di prevenzione dei rischi. È, infatti, su questo versante che si gioca la partita per il futuro. Con l’autorevolezza che lo distingue, Renzo Piano – a domanda – è intervenuto sulla questione, sostenendo che il crollo del ponte Morandi non può essere attribuito alla fatalità e, soprattutto, indicando nella «diagnostica» la strada da percorrere per scongiurare altre tragedie. Esemplarmente, Piano ha sottolineato come sia improprio ragionare di manutenzione se non si sa in base a cosa e come farla. La medicina viene data soltanto dopo che si è accertato quale sia la malattia.

Il discorso sulle responsabilità politiche rinvia necessariamente al passato. La colpa di quanto è accaduto non è ascrivibile a questo governo. Occorre ripercorrere all’indietro i decenni, dal «miracolo economico» ai giorni nostri. Al riguardo, la verità è amara: progressivamente è venuta disgregandosi quella capacità del Paese di avere – in politica come negli altri settori chiave del Paese – una classe dirigente all’altezza dei compiti nuovi che le trasformazioni, economiche e sociali stavano rendendo indispensabile. Siamo un popolo ricco di enormi individualità, ma che fatica a «fare sistema».


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