Ballottaggi elettrici e il destino di Renzi

Ballottaggi elettrici
e il destino di Renzi

Era forse inevitabile, considerando le abitudini della politica italiana, che il voto delle amministrative si traducesse in un test sul governo e su Matteo Renzi. Anzi, più il presidente del Consiglio si è impegnato a minimizzare la portata di questa tornata elettorale, più i suoi tanti avversari si sono dati da fare per enfatizzarne il peso politico. E d’altra parte, è abbastanza difficile dar loro torto: quando vanno al voto le due città più importanti del Paese come Roma e Milano con il contorno di Torino, Bologna, Napoli, Trieste e tanti altri capoluoghi, e quando sono chiamati alle urne milioni e milioni di elettori non si può mettere la testa nella sabbia e dire: questo voto interessa solo i romani, i milanesi, ecc.

Oltretutto bisogna considerare che si è ad un paio d’anni dalla nascita di un governo che non ha avuto una sanzione elettorale diretta (anche se dobbiamo sempre ricordare che viviamo ancora in una Repubblica parlamentare e che i governi ricevono il consenso dalla maggioranza della Camera e del Senato, e non direttamente dal popolo) e che le ultime politiche, quelle non vinte da Bersani, sono abbastanza lontane nel tempo. Dunque, il peso politico c’è. E si manifesterà domani notte quando sapremo chi ha vinto le sfide nelle principali città: conteremo i sindaci democratici, di centrodestra e grillini e stabiliremo se Renzi esce indebolito oppure no dalla prova. Questo influenzerà la vita del governo, il percorso riformatore potrebbe esserne rallentato, e potremo fare previsioni più attendibili sul cosa accadrà in ottobre quando si disputerà la «madre di tutte le battaglie» in occasione del referendum confermativo sulla modifica della Costituzione.

Questi sono i capitoli da scrivere, non altri: è escluso infatti che il governo possa cadere, a meno Renzi non conti sei sconfitte su sei, e allora in quel caso ci sarebbe un terremoto assai pericoloso per la stabilità di palazzo Chigi. Per come stanno le cose la prospettiva è improbabile, se non altro perché il vantaggio dei candidati sindaci del Pd a Torino e a Bologna è tale da rassicurare a sufficienza il partito di maggioranza. Come è noto a Milano la sfida è, come si dice, all’ultimo voto e quindi passibile veramente di qualunque esito mentre è chiaro che Renzi dà Roma già per persa, mentre Napoli è una partita tutta diversa.

La presumibile elezione a sindaco della Capitale di Virginia Raggi metterebbe molta benzina nel motore del Movimento Cinque Stelle che otterrebbe una vittoria simbolica di grande importanza e di rilievo mediatico internazionale. La conquista grillina del Campidoglio sarebbe un elemento politico capace di influenzare il percorso della legislatura in modo specularmente opposto a quello del Pd e di Renzi. È pur vero che la sfida sul Tevere è di quelle impossibili: la città è a pezzi e sarà difficilissimo risollevarla, tanto più per un personale politico inesperto e anche un po’ occasionale. Probabilmente è per questa ragione, e per la rabbia verso i partiti tradizionali, che i romani hanno votato in massa per i Cinque Stelle, però proprio nella chiave del successo grillino potrebbe nascondersi la trappola di un repentino fallimento.

Quanto al centrodestra, il dato politico è già acquisito e una vittoria di Stefano Parisi su Sala potrebbe solo amplificarlo. Quel risultato dice che il centrodestra è ancora in campo se si presenta unito dietro a candidati credibili e che può anche vincere se la trazione resta riformistico-moderata e non antagonistico-lepenista. Qualunque sia il destino di Forza Italia dopo la malattia di Berlusconi, questa è una conclusione cui deve arrivare anche Matteo Salvini la cui spallata per la leadership si è fermata con la sconfitta di Giorgia Meloni a Roma.


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