Bambini e guerre,
quelle vite spezzate

Omran Daqnish, il bambino estratto dalle macerie di un palazzo bombardato ad Aleppo e poi fotografato sull’ambulanza, coperto di sangue e polvere, in uno scatto che ha fatto il giro del mondo. Suo fratello Alì, che nessuno vedrà mai perché sotto quelle macerie è rimasto. Il ragazzino di 12 anni che si è fatto esplodere a Gazantiep (Turchia) e ha portato con sé nella morte altre 54 persone, tra cui 22 ragazzini come lui.

L’altro dodicenne fermato a Kirkuk (Iraq) con una cintura esplosiva sotto la maglietta da calciatore con il nome di Messi. Per non parlare dei bambini uccisi nello Yemen, almeno 600, dei quali appunto non parla quasi nessuno. Di colpo i media hanno scoperto questo aspetto del macello mediorientale, come se tale strage di innocenti fosse una novità. In realtà, se consideriamo il secolo trascorso tra la prima guerra mondiale e la guerra in Iraq, registriamo un’evoluzione spaventosa. Le vittime civili nel conflitto del 1915-1918 furono il 16 per cento del totale; nell’invasione anglo-americana dell’Iraq, e successive violenze, furono invece il 90 per cento. Da lungo tempo, quindi, i soldati sono le vittime collaterali dei conflitti. Le vittime vere sono i civili e, appunto, i bambini. Con le donne, i vecchi, i disabili. E questo succede ovunque si accenda una delle guerre dette «asimmetriche», dove una forza militare strutturata e potente si confronta con gruppi o milizie inclini o costretti a usare la guerriglia.

In Afghanistan, dove una notevole presenza militare straniera si somma alla forza dell’esercito afghano, nel primo trimestre del 2016 si è avuto il record di vittime civili: 1.601 morti e 3.565 feriti, il 4 per cento in più dello stesso periodo del 2015. Un terzo dei morti, ben 388, erano bambini. La Turchia, che ha 520 mila soldati in servizio permanente, subisce il terrorismo curdo e quello dell’Isis: quindici attacchi nell’ultimo anno, centinaia di morti. E poi la Siria, l’Iraq… Per finire a Israele e Palestina, dove la perfetta macchina bellica dello Stato ebraico non riesce a farla finita con il terrorismo e la resistenza dei palestinesi. Anche a Gaza, a ogni guerra, centinaia di bambini vengono divorati: nel 2014, durante l’operazione Margine Protettivo, 547 di loro sono stati uccisi e 3.374 feriti. Colpa dei miliziani di Hamas, che senza scrupoli usano i civili come scudi umani, o dei soldati di Israele, che sparano senza farsi domande?

Questo dilemma serve a distribuire le colpe e le responsabilità morali. Ma non aiuta ad affrontare il vero problema. Questo: tutte le guerre, oggi, sono asimmetriche. Tutte le guerre, oggi e senza eccezione, si scaricano sui civili (quindi anche sui bambini), seminando sofferenze ma anche rancori destinati a replicarsi per decenni. Dovrebbe essere una prima, ottima ragione per fermarsi a ragionare, quando in qualche consesso politico spunta l’idea di risolvere una qualunque questione con lo strumento della guerra. Ma non succede. Una guerra qui, una là. Alcune anzi centellinate, come quella condotta dalla famosa coalizione di 70 Paesi, guidata da Usa e Arabia Saudita, che da due anni bombarda senza costrutto l’Isis, tuttora libero di seminare morte non solo in Siria e Iraq ma anche in Turchia, come purtroppo abbiamo visto.

Sarebbe opportuno non dimenticare, infine, che dei bambini si può far scempio anche sfruttando il loro dolore. È giusto che la tragedia di Omran sia entrata nella coscienza di tutti, attraverso l’immagine che ha fatto il giro del mondo. Ma è giusto anche che il mondo sappia che dietro quella foto c’è un giornalismo di parte, che ha sostegni, finanziamenti e persino complicità, e che persegue uno scopo. Ad Aleppo, nel silenzio dei media, sono morti bambini per anni. Omran deve valere per tutti loro. Altrimenti abbiamo solo sparato a lui e agli altri una seconda volta.

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