Bergoglio più forte di corvi e veleni

Bergoglio più forte
di corvi e veleni

Quanto grandi sono le ali dei corvi in Vaticano? È questa la domanda che torna con insistenza anche se le differenze con la vicenda ormai definita «Vatileaks 1» sono notevoli. Per prima cosa non sono stati trafugati documenti direttamente al Papa. Eppure la portata della fuga di documenti altrettanto sensibili è potenzialmente deflagrante. Il clima è anch’esso notevolmente diverso. E non si nota affatto quel corpo a corpo tra personaggi dentro le istituzioni vaticane con relativi appendici all’estero della Santa Sede che era caratteristico invece della passata stagione di corvi e veleni.

Tre anni fa l’impressione era quella di assistere ad una lotta a tratti cruenta attorno ad un Papa solo e sotto scacco in un Vaticano sotto assedio mediatico. Eppure proprio in quei mesi Benedetto XVI chiese alla Commissione cardinalizia che volle per fare luce sulla vicenda e ai magistrati che indagavano sulla fuga dei documenti di far piena luce e di «proseguire con solerzia» nella loro opera di pulizia.

Ma Ratzinger non volle imporre nulla. Si fidava e raccolse documenti sulla vicenda che consegnò a Bergoglio nella famosa scatola bianca che venne ritratta nelle fotografie del loro primo incontro, dopo l’elezione di Papa Francesco, nelle stanze della villa di Castelgandolfo. Il maggiordomo infedele processato disse che passò i documenti nell’intento di aiutare il Papa nel suo governo contro i tanti che volevano metterlo in difficoltà. Forse era sincero o forse no. Il processo non lo ha stabilito. Sicuramente anche questa interpretazione dei fatti, letta a distanza, potrebbe aver fatto parte dell’opera di destrutturazione del pontificato in atto in quei giorni, per sostenere la tesi di un Papa non più in grado di dirigere la Chiesa.

Anche questa volta qualcuno avrebbe potuto pensare di mettere in atto la stessa strategia e bene ha fatto padre Lombardi a disinnescarne la portata fin dal primo momento, spiegando che non è in questo modo che si aiuta Francesco. Anzi così si coprono interessi, lobbies, scontri di potere. Il punto sta qui e l’interrogativo riguarda il retroscena. C’è un disegno preventivo, c’è una regia studiata per mettere in difficoltà non tanto il Papa, ma il pontificato? Bergoglio ha avviato tanti processi. Per qualcuno ha fatto troppo, per altri troppo poco. Lui non teme le critiche dell’una e dell’altra parte come ha dimostrato al Sinodo sulla famiglia. Si tiene lontano dalle contrapposizioni, spariglia carte e permette il confronto anche vivace tra idee e uomini. La sua parola d’ordine è «parresia», parlarsi sinceramente e con franchezza perché questa è la parola del Vangelo.

Così al vertice dell’economia non ha avuto incertezza a mettere due uomini diversi tra loro come il cardinale Pell e il cardinale Marx. Bergoglio non ragiona attraverso la categoria amici – nemici e soprattutto detta lui l’agenda e non lascia che a farlo siano gli altri. È lui a guidare la comunicazione della Chiesa, con la sua leadership riconosciuta che ha bisogno praticamente di poco altro. Attorno sente l’amore della gente, l’abbraccio del mondo. Non ha bisogno di qualcuno che millantando chissà quali rapporti si picchi di aiutarlo. E se qualcuno lo fa lui sorride e tira dritto.

Sicuramente c’è chi non lo ama. Nessun Papa è stato amato da tutti. Francesco non piace a quelli a cui piace l’opacità. E a Francesco non piace chi gioca con le parole del Vangelo per ingannare la buona fede della gente. La svolta che ha impresso alle finanze vaticane ha avuto il merito di aver fatto venire a galla nella Chiesa un mondo di mezzo, più grigio che nero, che nulla ha a che vedere con la profezia del Vangelo.


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