Bergoglio scuote  l’America Latina

Bergoglio scuote
l’America Latina

Nella pietra del santuario di Santiago del Cile, dedicato a Sant’Alberto Hurtado, il gesuita dei poveri, che mischiava Vangelo, case e mense popolari c’è una frase incisa a grandi caratteri: «La fedeltà a Dio se è vera si deve tradurre nella giustizia per gli uomini». Il significato della missione in Cile e Perù di Papa Francesco ha avuto esattamente il perimetro di queste parole, in un continente che conta 425 milioni di cattolici, il 40 per cento del totale mondiale, «continente della speranza» per Karol Wojtyla, oggi trascinato in un contrappunto di progressi e regressi sul piano geopolitico e sulla qualità dell’evangelizzazione, con Chiese locali in ritirata, incapaci di proporre l’unica alternativa valida, la giustizia che nasce dalla fedeltà al Vangelo, attraversate da troppe faglie di fratture e chiuse nel tempio.

Anche la questione degli abusi sessuali in Cile va inserita in questo orizzonte. È mancato il coraggio della verità e anche Bergoglio è stato messo in mezzo in un turbinio di polemiche provocate da carenza di sincerità, nella convinzione che fosse questo il modo di proteggere l’istituzione ecclesiastica. Ancora una volta la giustizia non è stata la misura delle fedeltà a Dio. E le responsabilità stanno a Santiago dove qualcuno ha ritenuto di essere proprietario della Chiesa e di poter giocare la sua partita con regole diverse dalla giustizia del Vangelo, che in questo caso significa tolleranza zero. Papa Francesco è andato a scuotere Chiesa e società in un’America Latina che sembra vivere una stagione del riflusso sotto il maglio di grandi scandali politici. La delusione trasversale blocca ogni possibilità di generare processi di trasformazione e di tornare a sognare società più giuste e capaci di far fronte ai guai della globalizzazione e della rapina delle risorse e dei diritti dei popoli. Bergoglio ha denunciato ogni giorno il rischio che la delusione porti alla rassegnazione, quella che fa vivere meglio solo perché si decide di evitare i problemi, che travolge il sentimento di comunità.

Il Papa è tuttavia altrettanto preoccupato di quello che ha chiamato «ruvido brusio» dell’opposizione. Insomma oggi manca chi parla chiaro nella Chiesa e fuori e non basta che sia il Papa a farlo, se poi le Chiese locali faticano a stare al passo dei popoli e sono tentate dagli steccati e da una sintassi da minoranza identitaria incapace di entrare in sintonia con le emozioni della gente. Ha usato Neruda per indicare la via: «Scuotersi da una prostrazione negativa». Ha spiegato che Chiese divise tradiscono lo spirito del Vangelo che le vuole lievito e profetiche. L’incredibile popolarità di Bergoglio, il papato «carismatico», copyright del professor Andrea Riccardi, i suoi atteggiamenti geniali, dal matrimonio al volo e in volo all’abbraccio della poliziotta caduta da cavallo, sono parte del riscatto della Chiesa, ma non bastano se le Chiese locali poi si rassegnano o svendono la verità della giustizia. Bergoglio in questa settimana si è mosso come un profeta e un condottiero che ogni giorno porta la Chiesa fuori dall’accampamento per contrastare la tranquillità interna che alla fine erode il Vangelo. Da fuori si vedono meglio le crepe anche della «patria grande», concetto usato una volta sola dal Papa, che è soprattutto una visione del continente, patria del volto multiforme dei popoli, indigeni e postcolombiani, ma che fatica a riconoscersi come tale ed è sempre alla ricerca di un «libertador», che l’aiuti nell’impresa. Ma Bergoglio non è Simon Bolivar. È solo un gesuita che si arrampica sulle cascate per raggiungere i popoli, guardarli negli occhi e insegnare come si restituisce dignità e giustizia in nome del Vangelo, sperando che dietro di lui si arrampichino altri e non lo lascino solo come è già accaduto.


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