Borsellino, 25 anni dopo non possiamo arrenderci

Borsellino, 25 anni dopo
non possiamo arrenderci

Nell’estate nel 1992 Paolo Borsellino si sentiva «un morto che cammina», per sua stessa ammissione. La sorella Rita mi raccontò che faceva quasi le prove per capire cosa sarebbe successo in casa sua in sua assenza, quando sarebbe stato strappato all’affetto dei suoi cari. Questa sua convinzione non si basava – come verrebbe spontaneo – solo sul fatto che Cosa Nostra gliel’aveva giurata in quanto numero due del pool antimafia che aveva istruito il maxiprocesso, ma su qualcosa di più complesso e inquietante.

Paolo Borsellino credeva di aver compreso il quadro che stava dietro l’omicidio di Giovanni Falcone e della sua scorta e sapeva anche che quel «sistema oscuro», ne era a conoscenza.

Il magistrato sapeva bene che non si trattava solo di una vendetta contro chi aveva istruito il più grande processo della storia, un processo che aveva dato un colpo non mortale ma gravissimo a Cosa Nostra, mandando all’ergastolo 19 boss e comminando pene per 460 imputati, pari a 2.665 anni di carcere. No, non si trattava di una semplice rappresaglia, secondo il codice primitivo degli uomini d’onore. C’era anche qualcos’altro.

Il magistrato avrebbe voluto parlarne il più presto possibile con gli inquirenti della strage di Capaci ma non gli fu dato di testimoniare in quei 57 giorni che lo separavano dalla sua morte e da quella dei suoi cinque agenti di scorta in via D’Amelio, quella domenica del 19 luglio 1992. Probabilmente aveva capito che Falcone e i suoi collaboratori avevano manomesso – come avevano fatto a suo tempo Dalla Chiesa e Rocco Chinnici e altri servitori dello Stato - il delicato equilibrio tra mafiosi e istituzioni, quella sorta di «pax communis» che evitava lo scontro diretto tra Stato e Cosa Nostra.

Se Falcone fosse tornato a Palermo come Procuratore antimafia allora l’ostacolo si sarebbe ripresentato. Per questo Falcone era stato ucciso: non solo per quel che aveva fatto ma per quello che avrebbe fatto. Quella di Capaci era stata una strage preventiva, non vendicativa.

Non è un caso che le indagini su via D’Amelio si siano rivelate fin da subito un incredibile intreccio di errori, buchi neri, false deposizioni e depistaggi. Lo stesso procuratore di Caltanissetta, titolare delle indagini, lo definì «un colossale depistaggio». Un depistaggio quasi alla luce del sole, che ieri il capo dello Stato Mattarella ha voluto ricordare con parole vibranti e inequivocabili. «Troppe sono state le incertezze, gli errori che hanno accompagnato il cammino della ricerca della verità sulla strage di via D’Amelio», ha detto Mattarella davanti al plenum del Csm. «E ancora tanti sono gli interrogativi sul percorso per assicurare la giusta condanna ai responsabili di quel delitto efferato». Parole durissime, che indicano una sconfitta della giustizia, invitano gli inquirenti attuali a proseguire sulla strada della verità e si legano idealmente a quelle della figlia di Borsellino, Fiammetta. È stata lei, ancora una volta, a ricordare «che la verità non è stata pienamente trovata e che giustizia non è stata fatta dopo 25 anni».

Tra i tanti depistaggi le pressioni degli investigatori sul falso pentito Scarantino, che si autoaccusò dell’attentato e mandò all’ergastolo numerosi innocenti. Troppe incertezze, troppi ritardi alla ricerca di una verità. E le devianze, in un processo o in un’inchiesta, solitamente intervengono quando si vuole occultare un sistema che arriva a coinvolgere poteri pubblici.

Non bisogna però arrendersi alle difficoltà. Il corso della giustizia ha dimostrato di poter andare avanti in tante circostanze difficili, spesso apparentemente impossibili. Il tempo è medico, si dice, ma sa essere anche giudice, all’occorrenza.


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