Burocrazia da rifondare con l’etica del servizio

Burocrazia da rifondare
con l’etica del servizio

La denuncia della Cgia di Mestre è impietosa e, nel contempo, rigorosa: le inefficienze dell’amministrazione pubblica italiana costano 30 miliardi di euro all’anno. Cifra che pesa sulle spalle dei contribuenti, i quali pagano molto più di quanto non ricevano in quantità e qualità dei servizi. Alcune prestazioni – come ad esempio i tempi di attesa negli uffici pubblici – si allungano, invece di accorciarsi. Circostanza tanto più preoccupante se commisurata alla massiccia e crescente diffusione dei servizi via web.Tutto ciò mentre i cittadini italiani devono fare i conti con l’aumento delle tariffe di parecchi servizi di pubblica utilità, alcuni dei quali gestiti da soggetti privati. Ne emerge uno spaccato assai indicativo dei mali del sistema amministrativo nostrano: procedure complicate e farraginose, tempi dilatati oltre ogni ragionevole criterio, scarsa attenzione ai risultati, incapacità dei vertici amministrativi di dirigere in modo adeguato il personale.

Il quadro è assai poco lusinghiero. Su 206 territori regionali analizzati (in Paesi europei del bacino del Mediterraneo) nessuna delle regioni italiane compare nelle prime trenta classificate; di converso sette regioni italiane si collocano tra le ultime trenta. Insomma, le pubbliche amministrazioni continuano a funzionare in modo poco soddisfacente, a dispetto della «brama indomita di riforme» che ha caratterizzato gli ultimi due decenni. In alcuni settori - si pensi alla normativa fiscale o a quella sul pubblico impiego - le modifiche legislative sono state incessanti. Un vero uragano di norme che, nel complesso, ha peggiorato la già non rosea situazione precedente. Non c’è stato governo che non abbia messo tra le sue priorità la riforma dell’amministrazione. Renzi la definì «la madre» di tutte le riforme. Con i risultati desolanti che si sono visti. Una montagna di provvedimenti che ha partorito il leggendario topolino.

In realtà, il tallone d’Achille dell’amministrazione italiana è la sua disomogeneità, a causa della quale punte di eccellenza convivono con baratri di inefficienza e di inettitudine. E non è soltanto questione di divaricazione nord/sud, perché differenze enormi si registrano in reparti dello stesso ospedale o in corridoi contigui di uno stesso ministero. Una siffatta situazione dipende dall’incrocio perverso di alcuni fattori, alcuni antichi, altri prodottisi e aggravatisi nel tempo. Tra questi ultimi la maglia nera spetta senz’altro alla gestione del pubblico impiego. Su questo importante terreno si sono sommate - con risultati devastanti – due sciagure: leggi astruse, inapplicabili, di sconcertante banalità hanno fatto da contraltare alla piaga di un sindacalismo amministrativo marcatamente corporativo e ottusamente teso a difendere anche i dipendenti più negligenti e scadenti. La ciliegina sulla torta è stata, infine, rappresentata da una magistratura amministrativa arroccata quasi sempre su posizioni puramente formalistiche e con una visione contraria a valutare i profili di efficacia dell’azione amministrativa. Mettere mano a tale guazzabuglio è opera titanica, che lo si creda o no. Per prima cosa occorrerebbe focalizzarsi meglio sulle storture di natura organizzativa, che si presentano in due forme: l’irrazionale distribuzione territoriale e la sovrapposizione funzionale.

Esistono troppi uffici, sovente con sovrapposizioni che potrebbero essere eliminate. Un grande passo in avanti sarebbe far decollare realmente la nascita degli uffici territoriali dello Stato, che erediterebbero i compiti delle attuali prefetture e degli altri uffici statali. L’orizzonte sul quale lavorare non può essere risolto con slogan ad effetto, ma con politiche serie, che necessitano di tempo. Tre le precondizioni. Un ceto politico in grado di dare indirizzi adeguati, che non pretenda di ingerirsi nell’azione degli uffici; una burocrazia ben selezionata, formata sui valori dell’etica del servizio e impermeabile alla pressione politica; una maggiore partecipazione dei cittadini, fondata sulla convinzione che un’amministrazione che funzioni bene è un fattore decisivo di crescita civile, nonché un patrimonio della collettività intera.


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