Caso Yara, la verità  dopo 45 udienze

Caso Yara, la verità
dopo 45 udienze

Con quella (decisiva) del 1° luglio saranno quarantacinque le udienze del processo a carico di Massimo Bossetti. Tante, sì. Tiriamo le fila e il quadro non ci appare, però, cambiato molto rispetto alla situazione pre-dibattimento. Dopo un anno intero di confronti serrati tra accusa e difesa su sogni singola traccia, tabulato, fotogramma, cromosoma e frammento di fibra, siamo sempre lì: contro Massimo Bossetti ci sono un Dna ritenuto suo, trovato sugli indumenti di Yara, più una serie di indizi satellite che hanno un senso, se letti insieme alla traccia biologica, e lo perdono, se analizzati singolarmente.

Ci sono i video che ritraggono il presunto autocarro di Bossetti nella zona del centro sportivo. Ci sono i report delle celle telefoniche, che tutto sommato collocano il telefonino dell’imputato, se non attorno alla palestra, quantomeno nei luoghi d’interesse e non altrove. Ci sono le fibre tessili sul corpo di Yara, compatibili con il tessuto dei sedili dell’Iveco Daily. Ci sono le micro sfere di metallo che rimandano all’edilizia. Per contro, non è emerso né prima, né dopo il processo, un movente chiaro: la parte civile ha ipotizzato l’aggressione a sfondo sessuale, la pm Letizia Ruggeri è stata più prudente. Non c’è l’arma del delitto. Non sono per nulla ricostruite la dinamica del prelevamento di Yara (a forza? Con l’inganno? Con il suo consenso?) né quella dell’aggressione, se non parzialmente, partendo dall’analisi delle lesioni.

Comunque sia, nessuna testimonianza nel corso del dibattimento ha modificato lo scenario. Quarantacinque udienze, sì, ma tutto sommato senza sorprese. Date un’occhiata ai titoli di cronaca dell’ultimo confronto in aula, quello di venerdì: non differiscono granché dai resoconti dell’epoca pre–processo. Anche un anno fa la Procura definiva il Dna di Ignoto 1 «di ottima qualità» e «sicuramente di Massimo Bossetti», con «una certezza granitica» e «una possibilità di errore su un miliardo di miliardi di miliardi». E la difesa dice, oggi, le stesse cose di allora: «Quella non è una prova perché manca il Dna mitocondriale: un’anomalia che non esiste in natura». Sarebbe potuto accadere qualcosa se la Corte d’Assise avesse concesso la super-perizia sul Dna, invocata dai difensori Claudio Salvagni e Paolo Camporini. Non lo ha fatto. Questo significa che il processo, senz’altro, a una cosa è servito: a stabilire che non era necessario fare altri test. Le deposizioni-fiume dei più autorevoli genetisti forensi italiani tra accusa, difesa e parte civile, messe a confronto, hanno infatti portato i giudici a concludere (a torto o a ragione) che ogni ulteriore accertamento sul punto appariva «non decisivo», cioè non utile alla decisione. Con due spiegazioni alternative. La prima, favorevole all’accusa: le conclusioni in materia genetica non sono state scalfite dal contraddittorio tra i consulenti in aula. Ergo, quel Dna è una prova che inchioda Bossetti alla scena criminis. La seconda è favorevole alla difesa: sono tali i dubbi su quel profilo biologico (in primis quello sul Dna mitocondriale), da far ritenere che neppure una super perizia possa sanarli, vista la scarsità di letteratura scientifica e di giurisprudenza al riguardo. E se il Dna traballa, nulla quaestio: Bossetti va assolto, perché una sentenza di condanna si pronuncia in assenza di ogni ragionevole dubbio. Quale delle due rappresenta il pensiero della Corte? Non lo sappiamo. Prendiamo a prestito le parole dell’avvocato Camporini, a cui in aula è toccato l’onere di concludere la discussione: «Il processo nasce dalla necessità di giudicare e dall’impossibilità di raggiungere la verità». Ha ragione. La verità «vera» non la sapremo mai. Per quella processuale attendiamo il 1° luglio.


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