Cattivi maestri e leader forti

Cattivi maestri
e leader forti

Il raid criminale dei razzisti in Virginia ha posto il problema di un presunto rapporto fra l’impronta politica di Trump e l’incursione degli eredi del Ku Klux Klan. Questo sospetto s’è affacciato sia per la chiamata di correo di un capo degli estremisti (ha detto di aver messo in pratica le promesse del presidente americano) sia per la reticenza (poi corretta tardivamente) del capo della Casa Bianca. La questione ci riguarda, anche perché Trump, pur giunto al potere in una fase in cui i populisti europei sono ormai prossimi alla maturità anagrafica, è pur sempre l’ispiratore di un certo modo di far politica. Il razzismo e la paura del diverso (xenofobia) non sono apparentabili in automatico, ma condividono almeno un fattore.

E cioè: questione sociale e razzismo seguono di pari passo, come sanno gli italiani emigrati in America, e riguardano anche le politiche redistributive. Comprese quelle democratiche, nate con le migliori intenzioni e che possono dare esiti inattesi: istituite per ridurre le disuguaglianze, producono talora nuove disuguaglianze fra gli ultimi della scala sociale. Conflitti dolorosi, specie se la maggioranza, pensandosi prossima a diventare minoranza, vive l’uguaglianza come oppressione o appropriazione indebita subita.

È la guerra dei poveri, che da noi si riscontra nella rivendicazione della «eccezione nazionale» o nella contesa della distribuzione degli alloggi pubblici e dei servizi sociali in base alla formula «prima gli italiani».

C’è però un altro aspetto: Trump e i suoi simili non sono marziani, una bizzarra deviazione, ma l’inquietante esito della predicazione di cattivi maestri, i pedagoghi delle idee radicali di estrema destra. Non è necessario spararla più grossa. Basta una certa comprensione ideologica, condirla rispolverando qualche pensatore reazionario, utilizzando un apparente anticonformismo rispetto al «così la pensano tutti» o facendo leva sulla contestazione del galateo civile e del politicamente corretto che ci renderebbero una massa amorfa. Anche il peggio, nel suo affondo apocalittico, può avere una dignità intellettuale. I fenomeni sociali si rendono visibili dopo essere stati a lungo allevati e coccolati.

Le derive della nostra epoca vengono da lontano e, misurando eccessi e paranoie, c’è qualche eco tristemente nota degli anni ’30. I «rieccoli», estremisti di ogni risma, sono figli di un linguaggio violento senza filtri, ripetuto fino a diventare senso comune di alcune tribù etniche, dell’insulto più sanguinoso veicolato anche dalla Rete, del compiacimento di un perbenismo ordine e legge, di un elitario autoritarismo sotto traccia.

Esagera, esagera, e qualcosa resterà: marketing per funamboli della narrazione pirotecnica, capaci di scardinare il reale per l’invenzione mitica. La nazione tradita, la costruzione del nemico interno, il capro espiatorio costruito su misura per qualsiasi evenienza. Manipolazioni linguistiche, queste, merce spendibile per ogni regime, delegittimando l’avversario e trasformandolo in nemico. L’abuso impunito di parole come proiettili mirati. Il paradosso della nostra epoca è che le democrazie, dopo aver riempito la pancia delle opinioni pubbliche, hanno sempre meno appeal, mentre leader dispotici riscuotono vasti consensi.

Una democrazia fredda, scesa a gestione tecnica del potere. Se il termine dittatori può urtare i benpensanti, è certo che gli illiberali, i leader forti, sono stati sdoganati, ridiventando accettabili in nome dei successi economici e della stabilità da garantire ad ogni costo con tanti saluti alla dottrina dei diritti umani. Forse conviene ricordare anche ai neo liberali che il liberalismo (quello vero) ha insegnato come i diritti naturali vengano prima della legge. L’indignazione pare un sentimento espropriato.

Nel cuore della raffinata Mitteleuropa il premier ungherese Orbàn, insieme alla costruzione del muro anti immigrati, ha teorizzato la democrazia illiberale e l’Unione europea ha impiegato un po’ di tempo per dire che probabilmente non è il caso. La tendenza nociva della svolta populista è che viene guidata da chi ormai fa parte del sistema e include una mutazione dell’opinione pubblica prevalente, la quale accetta che la maggioranza sia un qualcosa di assoluto e definitivo e che le minoranze debbano espiare il peccato di essere perdenti. Guai ai vinti. La minaccia per la civiltà giuridica dell’Europa non viene solo dai nuovi radicalismi, ma dalla rinuncia della liberaldemocrazia ad affermare le proprie ragioni storiche

A ricordare che l’Europa è l’unità dei distinti, l’insieme di minoranze, e questo è il nostro destino. In assenza di un riscatto umanistico e osservando che nel frattempo tanti piccoli Trump crescono, possiamo dire, disarmati nella stagione dell’intolleranza, di aver vissuto tempi migliori rispetto alle miserie dei nostri giorni.


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