Conte tonificato
dall’amico americano

La visita del premier Conte alla corte di Donald Trump è stata un indubbio successo, anche se un successo in qualche modo annunciato. È chiaro che la filosofia generale del governo Lega-M5S, più deciso dei precedenti nel far rispettare le prerogative nazionali dentro la Ue e fiero sostenitore di una politica più restrittiva sui flussi migratori, mostra più di una sintonia con lo slogan «America first!» con cui Trump ha conquistato la Casa Bianca nel 2016. Ma è stata soprattutto la contingenza internazionale a spingere in alto le quotazioni dell’Italia presso la Casa Bianca. L’idillio tra Trump e Macron si è bruscamente concluso al G7 svoltosi in Canada, quando il leaderino francese ha capito che il Presidente Usa non aveva alcuna intenzione di mollare la presa sui dazi contro l’acciaio e l’alluminio europei. Con Angela Merkel, Trump non ha mai avuto un buon feeling né ha intenzione di averlo, essendo la Germania la vera ispiratrice delle politiche Ue che, vedi Nato e scambi commerciali, la Casa Bianca considera penalizzanti per gli interessi commerciali. Il Regno Unito deve digerire la Brexit e ne avrà per un po’, i Paesi del Nord Europa sono buoni e tranquilli, quelli dell’ex Est perfettamente allineati. Per avere un vero interlocutore in Europa, quindi, non restava che l’Italia, alla quale è stata di buon grado concessa questa «promozione» sul campo.

Ribadire il fatto, peraltro scontato, che tra Italia e Usa il dialogo non è alla pari (infatti sono arrivati anche alcuni benevoli «consigli»: concludere il Tap, il gasdotto trans-adriatico che porterebbe in Europa il gas dell’Azerbaigian, sicuro feudo di interessi americani; non ritirare il contingente dall’Afghanistan; comprare altri F35 o simili), non deve però portare a svilire i risultati ottenuti con questa visita. Al di là dei complimenti, il riconoscimento americano della «leadership italiana» nell’Africa del Nord, e in particolare in Libia, può diventare un asset strategico importante. Da un lato, potrebbe fornirci un qualche scudo rispetto alle smodate ambizioni e alle confuse iniziative del presidente francese Macron. Dall’altro potrebbe aiutarci a difendere le molteplici ragioni della nostra presenza in un’area d’importanza cruciale per gli interessi nazionali.

Della questione dei flussi migratori si parla di continuo, inutile ripetere che la collaborazione con la Libia è cruciale non solo per il contenimento degli sbarchi ma anche per la gestione del dopo, visto che il problema non è salvare le persone in mare (cosa che è sempre avvenuta e sempre avverrà) ma decidere che cosa fare di loro una volta che sono state portate a terra. Il tutto all’interno dell’ennesima, clamorosa contraddizione della Ue, che giudica la Libia un approdo non sicuro per i migranti e il governo di Al-Sarraj troppo debole per porre rimedio, ma intanto con lo stesso governo tratta senza problemi su ogni altro argomento, dal terrorismo al petrolio. E la parola petrolio ci riporta all’altro tema fondamentale. La Libia, da sola, ha il 38% delle riserve di tutta l’Africa, e per il gas è al quinto posto nel continente per riserve accertate. E l’Italia è il primo importatore mondiale (davanti a Germania e Francia) delle risorse energetiche commerciate dalla Libia. Considerati i buoni accordi firmati con l’Egitto per il gas off-shore, tenere ferma la presa sulla Libia vorrebbe dire respingere la concorrenza francese su quasi tutta la spinta Sud del Mediterraneo. Non poca cosa, vista la penetrazione della finanza d’oltralpe in settori importanti (da Bulgari a Gucci, passando per Parmalat, Edison, Bel e Cariparma, per fare solo qualche esempio) della nostra economia.

Prendiamoci insomma il «buono» di questa visita del premier Conte a Washington, che non è poco. Il «cattivo», se vogliamo chiamarlo così, era comunque inevitabile.

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