Democrazia e leader
attenti alle sirene

Fa breccia anche tra i cattolici una concezione schumpeteriana di democrazia, intesa come selezione di un’élite governante. La democrazia, cioè, come investitura elettiva dei capi. E fa breccia non solo tra singoli elettori, ma anche – e questo fa pensare – in ciò che rimane dell’associazionismo cattolico. Ne è una spia un certo favore, talora esplicito (la Fim-Cisl), in altri casi sotto traccia, con cui questo mondo sembra guardare al plesso delle riforme istituzionali (costituzionale ed elettorale) approvate in questa legislatura. Non c’è naturalmente incompatibilità puntuale tra il tradizionale arsenale di categorie della dottrina sociale della Chiesa e questo modo, decisionistico, di intendere la democrazia, ma stupisce un certo accoglimento acritico, disinvolto, che nemmeno si pone il problema di argomentare la coerenza tra la montante interpretazione leaderistica della democrazia e i principi del magistero sociale e politico della Chiesa: la sussidiarietà, il valore dei corpi intermedi…

Pensiamo, tra le traduzioni di quei principi, al personalismo comunitario di Mounier, per il quale la democrazia «fa partecipare alle funzioni dell’unità tutte le persone, e ciascuna occupa il posto assegnatole dalle proprie facoltà e dall’economia generale del bene comune»; oppure a Toniolo, Maritain, La Pira, ecc…

È indubbio che i tempi cambiano e richiedono nuove mediazioni che però – questo è il punto – dovrebbero garantire una coerenza rispetto ai concetti fondamentali di persona, sussidiarietà, cooperazione… Capita invece di sentire anche sindacalisti o rappresentanti delle istituzioni politiche territoriali, di ispirazione cattolica, cantare le lodi della disintermediazione e della semplificazione che queste riforme introdurrebbero; che si sposi acriticamente un principio di integrazione politica modellato sul primato della leadership decidente; e sembra che non faccia più problema la questione fondamentale (anche per i liberali, invero) della finalizzazione e del contenimento del potere.

Io credo che un po’ di sana diffidenza dovrebbe accompagnare, soprattutto tra i cattolici, questa celebrazione della leadership, sul cui modello si pretenderebbe di ridisegnare le istituzioni. Anzi tutto perché la leadership, per sua natura, tende ad affermarsi per via fattuale; non ha cioè bisogno delle norme per emergere e, anzi, la funzione del diritto, e soprattutto delle regole costituzionali, dovrebbe essere quella di contenere il possibile arbitrio e abuso cui il potere personale irresistibilmente tende.

I credenti dovrebbero essere maestri nell’ammonire la città circa l’ambiguità della leadership perché conoscono, sin dalle Scritture, le potenti capacità seduttive del Maligno. Una dose di sana diffidenza va conservata anche per ragioni pratiche. Chi esalta la democrazia decidente ci racconta la favola di un riformismo audace che poi si sottopone docilmente a giudizio popolare, tacendo che alcune riforme, una volta decise, diventano difficilmente reversibili (si pensi allo smantellamento dello Stato sociale); e tacendo della capacità manipolatoria che il potere esercita sui canali di formazione dell’opinione pubblica (che tempismo le nomine Rai!).

In questi ultimi anni dovremmo anche avere imparato che le leadership si bruciano molto in fretta. In tempi di comunicazione invasiva e continua, il «capo», incessantemente sotto i riflettori, è messo a nudo e sorpreso nelle sue inevitabili vulnerabilità. Espressioni inebetite, gaffe, scivolamenti vengono immediatamente messi in scena ed esposti a ludibrio, evidenziando ciò che è ovvio e cioè l’universale fragilità dell’umano. Come può reggere a lungo, in queste condizioni, il mito di un capo infallibile? Gli stessi partiti, identificati da leadership personali troppo marcate, rischiano di non sopravvivere al declino del loro «capo». Forza Italia già ha conosciuto questa deriva. E il Pd sembra avviarvisi baldanzosamente.

Sono infine convinto che una democrazia che si affidi alla leadership inneschi una selezione avversa, solleticando e attirando più l’ambizione di avventurieri che la prudenza di uomini saggi, inevitabilmente consapevoli della complessità e dunque della necessità dell’apporto e della cooperazione di tanti.

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