Destra di governo a trazione leghista

Destra di governo
a trazione leghista

Sette milioni di italiani chiamati al voto e 761 Comuni da rinnovare rappresentano un test amministrativo sufficientemente vasto per avere anche un significato politico. Anche perché arriva a tre mesi dalle elezioni politiche di marzo, dalla tribolata nascita del nuovo governo e dai primi passi del medesimo, nessuno dei quali è stato esente da polemiche. Dunque il voto di domenica va analizzato con attenzione. I dati che ne emergono sono sostanzialmente tre. Il primo è che la Lega è il partito che attualmente riesce ad egemonizzare sia la maggioranza sia parte dell’opposizione, ed assume un primato all’interno del centrodestra che, già evidentissimo, non potrà che accentuarsi nel prossimo futuro.

Secondo, che il M5S proprio dopo la formazione del governo e l’alleanza con la Lega è già in forte sofferenza elettorale. Terzo, che il Pd – di cui si prevedeva il rapido decesso dopo il colpo mortale subito in marzo – è ancora in vita e coltiva persino qualche speranza di guarigione. Ma vediamo nel dettaglio.

Dicevamo la Lega. Matteo Salvini, che si sta rivelando come il politico più «tattico» della sua generazione, si è messo nella felice collocazione di chi, comunque vadano le cose, ottiene il suo vantaggio. Tattica win-win, si sentenzia nei convegni: «gli va l’acqua nell’orto» più direttamente si diceva nelle nostre campagne. È al governo e ha già dimostrato di averne assunto di fatto una sorta di «guida morale» imponendo i suoi contenuti con rapidità (vedi immigrazione, caso Aquarius, ecc.) mentre i grillini stentano a dimostrare che il «loro» cambiamento è dietro l’angolo (vedi il reddito di cittadinanza). Inoltre la Lega non solo è alleato insostituibile di Forza Italia e Fratelli d’Italia ma ne è di fatto il trascinatore.

Nelle città il centrodestra è sempre di più a trazione leghista mentre il partito berlusconiano continua a soffrire di una crisi di identità e leadership. Il fatto che i candidati del centrodestra, trascinati dai leghisti, dilaghino da Nord a Sud, dal Veneto alla Sicilia, lo dimostra. A Terni, città operaia e «rossa» per eccellenza è il candidato leghista ad essere avvantaggiato rispetto agli sfidanti 5Stelle. Andate a vedere i voti ricevuti dal Carroccio nei comuni: gli aumenti sono dal 30 al 50 per cento. A Terni quasi il 100 per cento.

Secondo. Il M5S. In pratica non è esistito in queste elezioni: va al ballottaggio solo in tre città, e in molte altre addirittura ha evitato di presentarsi, come a Siena; al Nord ha percentuali minime (perde persino ad Ivrea, la città di Casaleggio e dei convegni hi-tech della Piattaforma Rousseau) e non sfonda nemmeno a Sud dove pure alle politiche aveva trionfato. Oltretutto nei due municipi romani dove si votava per la crisi dei minisindaci grillini, la sindaca Raggi ha ricevuto un sonoro ceffone: i suoi candidati non vanno nemmeno al ballottaggio. È vero che il M5S è poco radicato sul territorio e alle amministrative va meno bene che alle politiche. Ma è incontestabile che dove governa (vedi Roma) viene sonoramente bocciato. Ma soprattutto questo arretramento elettorale è il chiaro sintomo di un’alleanza con la Lega rifiutata da una buona parte del suo elettorato, soprattutto da quello proveniente dal centrosinistra, che capisce che nel governo a guidare è soprattutto Salvini. Insomma, la crisi del M5S si manifesta per ragioni uguali e contrarie a quelle che determinano il successo leghista.

Infine il Pd. Perde moltissime posizioni rispetto al 2013 (era un altro mondo), smotta anche nelle ultime roccaforti dell’Italia centrale (Siena, Pisa), viene sconfitto a Catania dove era sindaco una personalità importante come Enzo Bianco. E tuttavia resiste, va al ballottaggio quasi ovunque, e riesce a vincere a Brescia e Trapani. «La notizia della nostra morte era un po’ esagerata», ha ironizzato Paolo Gentiloni citando la vecchia battuta. Ma il Pd dimostra di essere competitivo solo dove l’area riformista si presenta unita, come nel Lazio di Zingaretti che, dicendo stop alle discordie, ha mandato un segnale di sfratto alla Raggi (che tuttavia si era già fatta male da sola).


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