È la fine di un mondo
Vincitori e sconfitti

Uno contro tutti. Prima del G7 di Charlevoix in Canada Trump manda un tweet e annuncia: vado a combattere al G7 in Canada. Notasi non trattare, discutere, parlare. Poi mette il carico: dovremmo tornare al G8 con la Russia. Gli alleati, quelli che negli ultimi settanta anni hanno condiviso il destino di una comune appartenenza atlantica e occidentale, capiscono. L’America di Trump gira il mondo da sola e non vuole compagni di viaggio, se non occasionali. Per esempio il leader nordcoreano Kim Jong un. Per volare a Singapore e incontrarsi con lui il presidente americano lascia il G7 un giorno prima, perde una sessione di lavoro e degrada il vertice a caricatura. Macron, il francese, cerca di partire alla riscossa e invoca l’unità degli europei: i dazi di Trump colpiscono tutti. Ma per la britannica May la Brexit è il vero problema mentre il neofita Conte spezza una lancia a favore di Trump e dice sì sulla Russia.

I francesi ci terrebbero a far fronte unito almeno con la Germania ma l’industria automobilistica tedesca non vuol perdere il mercato americano. Angela Merkel è arrivata in Canada con una missione impossibile: fare di tutto per evitare che il presidente americano alzi i dazi sulle automobili made in Germany. Il cancelliere tedesco è l’unico in grado di far fronte all’impertinente americano. Lo sa ma non osa lanciarsi. Teme di peggiorare la situazione. E qui balza in tutta evidenza l’economicismo tedesco, la miopia di chi ingobbito dall’interesse immediato delle multinazionali dei costruttori d’auto non ha slanci in grado di rovesciare il tavolo e offrire visioni.

Non a caso Boris Johnson, il ministro degli Esteri britannico, si lascia andare fuori onda con un significativo: ci fosse Trump la partita della Brexit l’avremmo già vinta. La prima preoccupazione delle diplomazie è di non rimanere isolate. L’uomo nuovo della Casa Bianca rovescia l´assioma. Ha capito che il multilateralismo è finito e annuncia il suo credo: solo a difendere gli interessi dell’America. È l’epigrafe funeraria della trattativa multilaterale. Il G7 rappresenta equilibri che non ci sono più. Il discrimine passa al suo interno: da una parte i vincitori della globalizzazione, Germania e poi a seguire il Canada. Il Giappone, la Francia, la Gran Bretagna indeboliti con un fronte interno aperto. L’Italia claudicante. Un’unione di perdenti con un vincitore netto in seno. Mentre la Cina, l’altro grande vincitore, imperversa, presidia le rotte commerciali del Pacifico, si butta nell’Oceano Indiano, compra porti in Grecia, Spagna, Italia e Belgio e lancia la via della seta. Il tutto in nome del libero commercio.

Si capisce quindi che su questa strada il destino è segnato. I vincitori a lungo andare assoggetteranno i perdenti. In una corsa all’egemonia il vantaggio dei primi difficilmente si colma a regole invariate. Succede con la Germania nell’eurozona e con l’America nel commercio internazionale. Con America first Trump ha scoperto che la solitudine è un vantaggio se il fronte degli avversari è scompigliato.

Occorre prevedere che una potenza come quella americana difficilmente può rassegnarsi al declino. Almeno per ora. Con la sua azione il presidente colpisce l’anello più debole della catena. L’Europa tedesca non tiene perché la Germania è schiacciata sui propri interessi nazionali e quindi incapace di dare un’anima all’Unione. The Donald apre contenziosi su più tavoli, spariglia le carte e affronta gli avversari uno per volta. La miglior tattica militare. Arriverà il tempo anche della Cina. Dopo la botta della bolla finanziaria l’America ha bisogno di riprendere il ruolo perduto. Non è detto che le riesca, ma ha un grande vantaggio: sa quel che vuole.

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