Fame, servono intese non isolazionismo

Fame, servono intese
non isolazionismo

«L’agricoltura sembra tremenda-mente facile quando il tuo aratro è una matita e sei lontano migliaia di chilometri da un campo di grano». Maurizio Martina, il ministro che ha portato a Bergamo il G7 sui problemi del mondo agricolo, sa bene quanta saggezza ci sia in questo pensiero di Dwight Eisenhower, presidente degli Stati Uniti tra il 1953 e il 1961, e sa altrettanto bene quanto oggi - forse assai più che in passato - il ruolo della politica sia fondamentale per un settore che dà da mangiare (purtroppo con enormi disequilibri) a tutti i popoli della Terra. E lo fa – un dato davvero straordinario – con imprese che per l’85% sono a conduzione familiare, e dove il ruolo delle donne è assolutamente fondamentale.

È facile dunque intuire quanto siano delicati i lavori che sabato pomeriggio si apriranno ufficialmente nella splendida Sala delle Capriate, a Palazzo della Ragione, nel cuore di Città Alta. Attorno al tavolo i «grandi» del pianeta, ospiti del nostro ministro, sono chiamati a trovare soluzioni – o comunque a tentare di trovarne – a enormi problemi, primi tra tutti la lotta alla fame nel mondo e allo spreco alimentare, la sostenibilità della produzione, il delicatissimo rapporto tra agricoltura, ambiente, alimentazione, e, infine, la tutela del produttore. Il tutto in uno scenario di politica internazionale tra i più complessi e delicati, soprattutto dopo l’inizio dell’era Trump alla Casa Bianca e il suo «American First», un vero e proprio manifesto isolazionista, in stridente contrasto con lo spirito solidaristico di cui oggi il mondo ha estremamente bisogno per poter dare davvero un futuro a questo martoriato pianeta. Insomma, un rapporto tutto da costruire quello tra gli Stati Uniti e il resto del mondo, e l’Europa in particolare, alla ricerca di posizioni condivise - o da condividere - anche sul delicatissimo tema del cambiamento climatico, dopo il ritiro degli Usa dall’accordo di Parigi sul clima.

Certo, l’obiettivo più ambizioso resta quello che l’Onu si è dato da raggiungere entro il 2030, vale a dire l’«azzeramento» della fame nel mondo. Quella data è praticamente dietro l’angolo, ma a che punto siamo? Nei giorni scorsi il ministro Martina è stato franco: rispetto ai miglioramenti degli ultimi anni, la tendenza si è purtroppo invertita, senza contare che nelle regioni centro-orientali dell’Africa si sta consumando nel silenzio pressoché generale una delle più gravi carestie degli ultimi decenni. L’Indice Globale della Fame (GHI), presentato ieri dal Cesvi, mostra risultati contrastanti: nonostante una diminuzione della fame e della denutrizione rilevata nel lungo periodo a livello mondiale, in 52 Paesi del mondo i livelli di fame e di insicurezza alimentare restano allarmanti.

Il GHI del 2017 - scrive il Cesvi - è del 27% più basso rispetto a quello del 2000. Tuttavia, il livello globale della fame, misurato in 119 Paesi, «resta ancora molto alto, con grandi differenze tra le diverse nazioni e persino entro gli stessi confini. Ancora milioni di persone si trovano in una situazione di fame cronica e in molte zone si registrano gravi crisi alimentari». Nonostante la flessione generale registrata dall’Indice, «l’emergenza fame resta un fenomeno marcatamente disomogeneo che si concentra nelle aree rese più vulnerabili da povertà, conflitti, catastrofi naturali e carestie, dove le popolazioni sono già più esposte e svantaggiate». L’analisi su base regionale contenuta nel rapporto 2017 evidenzia che a soffrire maggiormente la fame sono le popolazioni di Asia meridionale e Africa subsahariana. I punteggi di entrambe rientrano nella categoria grave. Resta drammatica la situazione della Repubblica Centrafricana, unico Paese con un livello di fame classificato come estremamente allarmante e che non ha evidenziato finora alcun progresso.

E allora? E allora bisogna convincersi - come il segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Nunzio Galantino, ricorderà sabato mattina nel suo intervento in Sant’Agostino, nell’Aula Magna dell’Università - «che la prospettiva che sovrintende ogni azione deve essere necessariamente globale, e non solo, invece, negli interessi di alcuni Paesi. E questo vale soprattutto in agricoltura, che deve essere fatta uscire dal cono d’ombra nelle quali politiche miopi e interessate tentano di ricacciare gli agricoltori». Del resto lo ha ricordato a chiare lettere anche Papa Francesco, condannando fermamente il modello utilizzato dalle multinazionali del cibo, che hanno imposto «grandi schiavitù alimentari» mettendo a rischio la biodiversità.

Ecco perché ai «grandi» della Terra che tra oggi e domani discuteranno questi temi nella nostra città va l’augurio più sincero di «buon lavoro», con la speranza che trovino davvero un’intesa seria e duratura per il bene della comunità mondiale. «Ogni lavoro è umano - scriveva Virgilio -, quello dei campi è divino».


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