Francesco, 4 anni da leader e profeta

Francesco, 4 anni
da leader e profeta

Nell’Antico Testamento i profeti sono chiamati «veggenti», «sentinelle», «custodi». Vedono più lontano degli altri, soprattutto vedono cose che non dovrebbero esistere o cose che dovrebbero esistere e invece non ci sono. Parlano solo dopo aver ascoltato il «consiglio divino»: significa che i loro occhi scorgono al di là dei luoghi comuni, del conformismo trendy e modaiolo, di apparenze e convenienze. Quattro anni dopo la sua elezione al soglio pontificio sono in molti ormai a riconoscere a Papa Francesco il ruolo di leader planetario.

Ma Bergoglio è anche un profeta, e lo è proprio perché come nessuno vede in profondità, fin dentro la polpa delle cose, e non abbassa lo sguardo di fronte alle tante ulcere del mondo. La sua prima uscita dal Vaticano fu per andare a Lampedusa, contava il luogo, contavano le persone, un programma di governo direbbero i politici, invece per lui era l’invito pressante a guardare tutto dal basso, cioè dalla parte dei perdenti (gli ultimi, li chiamava don Mazzolari).

La verità è che non siamo messi bene. La fine della Guerra Fredda ci ha lasciati orfani delle ideologie e ci è toccato fare i conti con la globalizzazione e la sua congenita euforia, lo strapotere della tecnica e il suo delirio di immortalità, la velenosa ricaduta dell’utopia antipolitica insita nel neoliberalismo. Alla fine della fiera, ci siamo abituati a vivere a credito. Abbiamo speso senza freni e adesso arrivano a casa le fatture da pagare, in termini politici (populismo), ecologici (sfruttamento del pianeta), etici (società liquida).

Per questo il Vecchio Continente ci appare ancora più vecchio e in crisi di quanto non sia davvero, molto spleen e poca voglia di far festa. Se il 1945 aveva marcato la fine della supremazia europea, non solo economica e culturale, dopo è andata anche peggio, non siamo più risaliti e l’autostima è precipitata. In fondo, e non per caso, Bergoglio è già in sé una risposta a tutto questo perché il solo fatto di arrivare dalla fine del mondo impone automaticamente un radicale cambio di prospettiva.

Al di là dei numeri (due encicliche, due esortazioni apostoliche, 17 viaggi…), e parlando di bilanci, a noi interessa ricordare la capacità di Francesco di entrare sotto pelle al mondo e farsi ascoltare dal cuore sordo della gente. Ci è riuscito inventandosi uno stile particolarissimo che è soltanto suo e ricorda un po’ quello di un bergamasco, Giovanni XXIII, cui lui stesso ammette di ispirarsi molto. Come Re Mida, Bergoglio tocca parole in ombra o un po’ appassite (periferie, misericordia) e le trasforma in protagoniste del dibattito non solo religioso. Alcune espressioni (globalizzazione dell’indifferenza, cultura dello scarto) hanno tolto il velo al lato B delle magnifiche sorti e progressive facendoci vedere i denti cariati del pianeta. Altre, come «terza guerra mondiale a pezzi», sono diventate un nuovo paradigma della geopolitica preso a prestito da fior di studiosi, anche accademici.

Parla, Francesco, parla molto e non solo con le parole. La sua «fisicità abbracciante» nasce dal carattere ma è cresciuta nella percezione della fede come viene vissuta, incarnata, nell’America Latina. Qualcuno adombra passioni ideologiche dietro la troppo chiacchierata «teologia del popolo», invece è il radicarsi della fede nella mistica popolare che stantuffa stanchezze secolari impastate di lacrime e sangue: semmai una risposta all’elitarismo di matrice illuminista.

Di qui la voluta semplicità del linguaggio. Padre Antonio Spadaro dice che Bergoglio «abita la parola che pronuncia: come lui ha bisogno di una comunità, così la sua parola ha bisogno di far posto a chi gli sta davanti». In fondo, la misericordia è, etimologicamente prima che teologicamente, custodire l’altro come Dio custodisce noi: «La vocazione al custodire – dice Francesco – non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana». Insomma, la misericordia del Buon Samaritano che si china a versare olio su chi è ferito, maltrattato in vario modo dalla vita.

Con il suo nuovo alfabeto popolare Bergoglio ha assunto una dimensione anti-elitaria che, alla luce della crisi delle classi dirigenti, ne ha fatto un leader mondiale. Non a caso Andrea Riccardi ricorda che si sta dimostrando il vero, unico statista europeo, proprio lui, il primo pontefice non europeo. Ma Bergoglio è anche il primo Papa ad essere stato ordinato dopo il Concilio e quindi ne è figlio e come tale lo interpreta. Soprattutto per questo sta chiamando il cristianesimo a risalire – come salmoni nella corrente della storia – fino alle sorgenti, all’origine dell’identità cristiana. Nessuno può dire quanto lunga e faticosa e sofferta sarà questa risalita. Ma ci conforta una certezza che poggia sulle parole di Francesco: «Me ne andrò quando si arriverà a un punto in cui non sarà più possibile tornare indietro».


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