Francesco, una Chiesa ai confini del mondo

Francesco, una Chiesa
ai confini del mondo

La geopolitica della Chiesa di Francesco si allarga e si arricchisce. Diventa sempre più pastorale e fa sparire definitivamente, nell’immaginario collettivo, l’idea che il vertice sia organizzato come una corte. Si potrebbe azzardare perfino che Bergoglio annichilisce la tradizione. Sicuramente con l’elenco di ieri ha stravolto schemi, sbaragliato previsioni e schierato nel mondo una Chiesa sempre più universale. D’altra parte è questo che significa cattolico, concetto che nel greco antico significa appunto universale, Chiesa costituita dal popolo di Dio a sua volta formato da tutte le nazioni della terra.

Chi userà la parola rivoluzione per indicare le scelte delle nuove porpore dunque sbaglia, perché il Papa non fa altro che ribadire ciò che il Credo niceno stabilì nel 325, quando definì la Chiesa cattolica, cioè universale. Nei secoli la Chiesa era diventata troppo italiana, troppo romana, poi troppo europea, troppo chiusa nel perimetro del mondo ricco. I vescovi delle diocesi lontane, soprattutto quelle del Sud del mondo, in visita a Roma venivano fatti attendere, ore di anticamera in una Curia che assomigliava di più ad una règia corte, che ad un luogo aperto al servizio pastorale. E i cardinali nel tempo avevano assunto l’immagine di principi della Chiesa, che scivolavano silenti nei corridoi ovattati dei sacri palazzi.

C’è molto da riflettere se si osserva l’odierna composizione del Collegio cardinalizio, riportato alla sua funzione pastorale non solo dalle scelte, ma soprattutto dalla parole che in questi 21 mesi di Pontificato ha pronunciato Jorge Mario Bergoglio, uno che ha misurato sulla sua pelle, come indicano tutte le biografie pubblicate fin qui, la distanza tra la sua azione pastorale in Argentina e la Curia romana. Bisogna dunque tornare al significato originario di cardinale, parola che deriva da cardo, cioè cerniera, sulla quale girano le porte delle chiese, che si possono aprire o chiudere, che possono proteggere una Chiesa che gestisce potere o proiettare nel mondo una Chiesa che proclama e testimonia il Vangelo, per capire ciò che ha fatto ieri il Papa.

Ci sono molti significati anche simbolici che diventano altrettanti messaggi e indicano quale Chiesa ha in mente il Papa. La tradizione non scritta dell’automatismo delle sedi cardinalizie non vale più. Aveva già cominciato Ratzinger a dare qualche segnale. Bergoglio conferma lasciando senza porpora diocesi come Torino o Venezia, ma anche Madrid e Bruxelles. Salta integralmente gli Stati Uniti, perché ne hanno già tante, e posa lo sguardo sulle periferie da Lampedusa a Capo Verde, l’arcipelago delle prime colf africane, dalle sperdute Tonga all’ex Birmania, per anni palcoscenico di un regime odioso, che ha perseguitato i cristiani.

C’è la nuova frontiera asiatica con l’arcivescovo di Hanoi e quello di Bangkok, la Nuova Zelanda. L’anno scorso Bergoglio aveva nominato cardinale il vescovo della diocesi più povera di Haiti e il vescovo filippino del Mindanao, dove un conflitto decennale ha fatto migliaia di morti. Ora nomina cardinale il vescovo di David, piccola diocesi di 34 parrocchie a Panama, Paese cerniera in mezzo alle Americhe e il vescovo di Morelia, che rischia la vita per le sue parole contro la violenza bestiale del Messico. Poi c’è l’arcivescovo di Addis Abeba in Etiopia, dove l’accaparramento delle terre da parte delle multinazionali riduce alla fame la popolazione. Bergoglio allarga la Chiesa, fa del mondo intero il suo confine, infila le periferie nel Collegio dei cardinali. Sorprende gli osservatori, ma tiene dritta la barra della coerenza con il Vangelo.


© RIPRODUZIONE RISERVATA