Germania in crisi Il prezzo da pagare

Germania in crisi
Il prezzo da pagare

Perdere è umano, disumano è voler comunque vincere o credere di poterlo sempre fare. Alla Germania ultimamente le cose vanno male. Vive una crisi politica senza precedenti, è sotto schiaffo in economia, vede alcuni manager dell’industria automobilistica associati alle carceri in Usa ed anche a casa propria, in Baviera. Nella finanza Deutsche Bank è l’unica banca in America a non superare gli stress test. La Germania sta diventando umana ma anziché trovare comprensione trova sarcasmo.

Si chiama «Schadenfreude» ed è lo stato d’animo che accompagna le sconfitte dei primi della classe. Il calcio riassume al meglio i destini della nazione: eliminati al primo turno. Una Waterloo che anche il Financial Times si è degnato di commentare. Agli inglesi ed agli americani proprio non va giù di aver vinto la guerra e di perdere ora la pace. L’Unione Europea doveva essere l’ antidoto che avrebbe reso possibile l’integrazione dei tedeschi nella comunità degli umani , quelli che vogliono vivere e che quindi sbagliano. Ma è successo esattamente il contrario, sono gli europei a dover diventare tedeschi e quindi a subire gli scherni dei più bravi.

Perché su questo il mondo è unanime: i tedeschi sono i migliori nelle attività che fanno. Hanno solo un problema: pensano che la natura umana sia fatta di perfezione tecnica. Purtroppo o per fortuna non è così . E così ciclicamente ricadono nello stesso errore: vogliono insegnare agli altri come si fa a vivere. Pensavano di avere imparato dalle lezioni del passato. Avevano escluso la politica dai loro orizzonti convinti che l’ economia sarebbe bastata per riguadagnare credibilità. Missione indubbiamente compiuta ma l’hanno fatto talmente bene da suscitare negli altri, amici e alleati compresi, il sospetto di essere sopravanzati, talmente surclassati, da temerne il prepotere e l’arroganza.

Le ore che si stanno consumando a Berlino sanno di tramonto degli dei. La fine di un’era politica rientra nell’eccezionalità dell’evento, dove appunto il perdere non è contemplato. Così trattiene il fiato il mondo intero, consapevole del peso che una caduta tedesca avrebbe nella definizione di nuovi equilibri. In Europa in primo luogo. Le Borse calano, lo spread tra titoli italiani e tedeschi sale e misura la febbre del sistema. L’ Italia con il suo no al reingresso di immigrati registrati su suolo nazionale e nel frattempo emigrati in Germania offre il pretesto al ministro degli Interni tedesco per smentire Angela Merkel. Per lui e il suo partito della Csu le frontiere della Germania dovrebbero chiudersi in modo unilaterale. Non sfugge agli osservatori che si chiuderebbero anche quelle degli altri Paesi, Italia compresa, e Berlino resterebbe con il cerino acceso in mano. Ma le elezioni in Baviera ad ottobre sarebbero salve. È in gioco l’accordo di Schengen e con esso il senso stesso della comune appartenenza europea. Le difficoltà tedesche rendono quindi plastica la crisi nella quale si dibatte l’Europa. L’era di Helmut Kohl era segnata di realismo politico e della consapevolezza di doversi adeguare anche alla mediocrità. Angela Merkel si è data come consegna il compito di depurare il suo Paese dalle scorie del passato di Kohl fatto anche di finanziamenti illeciti. Questo suo fervore ha indotto i suoi connazionali a fare della politica uno strumento della morale e quindi ad assumere il ruolo dei censori. L’obiettivo è , come riferisce la rivista Die Zeit, preservare i tedeschi dalla brutalità del mondo e quindi riscattare l’ integrità morale infangata dal razzismo e dal nazismo. Un purismo che legittimava il perseguimento degli interessi nazionali. Ma alla lunga si è scoperto il gioco: si diceva Europa e si pensava all’export. Essere moralmente inattaccabili non basta più quando si ha un avanzo commerciale che rasenta il 9% del Pil. Chiedere protezione per gli immigrati non basta quando tutto il mondo si accorge che i siriani fatti entrare in massa nel 2015 con una preparazione scolastica superiore servono a compensare i vuoti occupazionali dell’industria tedesca. Un doppiogiochismo che ora i suoi stessi alleati le rinfacciano.


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